Era cambiato tutto dall’ultima volta che Benito Mussolini e Adolf Hitler si erano incontrati nel castello di Klessheim a Salisburgo per il loro secondo summit in quel luogo, sul tavolo c’erano state le strategie di guerra e la mancanza di identità di vedute, le divergenze sul riassetto politico europeo e l’esigenza italiana di avere subito un aiuto tedesco in armi e rifornimenti. I tedeschi non avevano concesso niente.
Il 22 aprile 1944 i temi sono gli stessi ma il Duce ha un margine d’azione ancora minore. Vuole parlare a Hitler di forze armate, di politica, di economia e lavoro, come l’anno prima: intende costituire quattro divisioni dai soldati italiani rastrellati dopo l’armistizio, è contrario a trasferire in Germania i richiamati delle classi 1924-1925, ritiene necessario che alle reclute vengano assicurati «equipaggiamento e armamento (...) altrimenti la delusione avrà conseguenze disastrose»; e poi lamentare «l’estromissione di ogni autorità italiana dalla province alpine e austriache», ovvero l’Alpenvorland e l’Adriatisches Küstenland, le zone d’operazione di fatto annesse al Reich; vorrebbe anche tutelare «le masse operaie italiane in Germania» e trovare un accordo «per i salari degli operai emigrati», far migliorare il trattamento degli Internati militari e favorire il rimpatrio. Mussolini ha portato con sé gli appunti che adesso i Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Torino hanno consegnato nelle mani dell’Archivio centrale dello Stato di Roma dopo aver recuperato cinque documenti olografi che erano stati posti in vendita all’incanto su incarico di un privato presso una nota casa d’aste torinese, con contestuale richiesta di rilascio di un attestato di libera circolazione.












