Come sappiamo, a differenza della Germania con il Nazismo, l’Italia non è mai riuscita a fare pienamente i conti con il fascismo. Non che manchi una vasta storiografia al riguardo. Ma ad un livello politico e culturale più diffuso è prevalso un atteggiamento reticente che spesso ha sfiorato la rimozione.
Le ragioni sono numerose. Su tutte l’imbarazzo per il vasto consenso di cui il regime fascista aveva goduto e per i troppi elementi di continuità tra il Ventennio e la stagione successiva della Repubblica. Più comodo allora considerarlo una sciagurata parentesi, se non proprio un errore della storia, invece di indagare le ragioni profonde che permisero al fascismo di affermarsi e di diventare una dittatura feroce con l’appoggio crescente degli italiani. Le stesse ragioni che, in un contesto profondamente diverso, vedono oggi riemergere tentazioni autoritarie, la cui matrice lontana affonda proprio nel Ventennio.
Anche il teatro ha fatto le spese di questa incapacità di elaborare il “lutto” che spesso ha sfiorato, appunto, la rimozione. Piuttosto che studiare seriamente cosa accadde al teatro italiano fra gli anni Venti e gli anni Quaranta, si è preferito a lungo accontentarsi di tesi precostituite, visioni di comodo, non di rado caricaturali, riassumibili nel binomio propaganda+censura. Scelta non casuale, funzionale a raccontare la vicenda teatrale del Dopoguerra come qualcosa di completamente staccato dal periodo precedente, una rinascita che il nostro Paese si era guadagnato con la Resistenza e che individuava nei Teatri Stabili, e nei registi che ne erano alla guida (a cominciare ovviamente da Strehler e Grassi al Piccolo Teatro di Milano, fondato nel 1947), gli apostoli di una nuova éra.







