Sono cresciuta in una famiglia antifascista. Mi hanno illustrato, fin da bambina, gli orrori della dittatura. Mia nonna, per la verità, aggiungeva una postilla: “il Duce una cosa buona l’ha fatta, ha agevolato le vedove della Grande Guerra”. Lì finiva la riconoscenza. Dei tanti racconti sul fascismo, uno, di mia madre, mi ha sempre toccata nel profondo, e ha in un certo senso segnato la mia vita.
Alcuni anni prima che la Seconda guerra mondiale scoppiasse, che le bombe cadessero a decine e la popolazione scappasse nei rifugi, mia mamma, giovane, fu ricoverata d’urgenza all’ospedale di Palermo per una peritonite; se non curata, l’avrebbe uccisa in poco tempo. Fu assistita amorevolmente da un medico: di cognome faceva Ascoli (doveva essere Maurizio Ascoli, insigne clinico triestino). Mamma guarì. Il mese dopo, ritornò all’ospedale per ringraziarlo, ma non lo trovò. Ascoli, ebreo, era stato congedato dalla sera alla mattina. Non lo avevano eliminato, gli avevano tolto il lavoro, dunque la vita. Da questo racconto capii che le dittature ammazzano non solo con la violenza diretta, ma anche con quella subdola: ti privano del lavoro, fondamento della dignità personale. Credo sia stata la vicenda del professor Ascoli a rendermi sensibile verso le problematiche dei lavoratori. Sono musicologa, ma avrei potuto fare, con lo stesso entusiasmo, la sindacalista o la giuslavorista. Sarà per un’altra volta.







