È una notte qualunque del 1961 e nelle strade del Greenwich Village ci si muove accompagnati da una colonna sonora di jazz e folk music. Nel seminterrato del Village Vanguard, sulla Settima Avenue, Miles Davis sta suonando “So What”. È uno dei brani che ha raccolto in un album destinato a passare alla storia: si intitola “Kind of Blue”. Al Vanguard stasera non c’è al suo fianco John Coltrane. L’allievo ha ormai preso il volo, suona ancora ogni tanto con il maestro Miles, ma sta creando un suo percorso personale. Per chi vuole ascoltare Coltrane non c’è comunque molta strada da fare. Probabilmente stasera è al Five Spot in Cooper Square, dall’altra parte del Village, se non è la serata in cui il palco è riservato a Thelonious Monk o a quel matto di Ornette Coleman. Potrebbe anche essere alla Jazz Gallery in St. Marks Place o al Cafe Bohemia. Basta seguire le note per capire chi suona stasera, ma nel giro di pochi isolati, spostandosi dal Vanguard al Five Spot sulla Bowery, c’è il forte rischio di “distrarsi”. Perché lungo il tragitto è possibile imbattersi in Bob Dylan e Joan Baez che cantano negli scantinati, in Jack Kerouac e Allen Ginsberg che fanno un reading di poesie, in Mark Rothko o nel giovane Andy Warhol che stanno bevendo qualcosa alla Cedar Tavern o al Gaslight Cafè.Scene da una New York che non esiste più, attimi catturati in un momento preciso della storia, il 1961, in cui Manhattan era una sorta di nuova Firenze, in preda a un Rinascimento che vedeva una concentrazione irripetibile di talenti in uno spazio geografico ristretto e preciso, che favoriva le contaminazioni. Qualcosa che è durato un soffio e si è dissolto velocemente nel resto degli anni Sessanta e Settanta, con l’assassinio di John F. Kennedy, la guerra in Vietnam, le rivolte studentesche, le derive psichedeliche, il Watergate.Il 26 maggio sono cento anni dalla nascita di Miles Davis, il 23 settembre sarà la volta delle celebrazioni per il centenario di John ColtraneIl 2026 in America non è solo l’anno delle celebrazioni per i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza, ma è anche il momento di un doppio centenario nella storia del jazz, che è parte integrante della storia degli Stati Uniti e soprattutto di quella dei neri americani. Il 26 maggio sono cento anni dalla nascita di Miles Davis, il 23 settembre sarà la volta delle celebrazioni per il centenario di John Coltrane. Se New York per un momento è stata Firenze, in pratica è come dire che nel jazz quest’anno si festeggiano gli anniversari di Leonardo e Michelangelo. In tutto il mondo sono previsti momenti di ascolto, approfondimento e studio dedicati alla tromba di Miles e al sax di “Trane”, insieme a un rilancio dei loro album più celebri, la cui diffusione non ha comunque mai incontrato crisi anche dopo l’uscita di scena dei due protagonisti (Davis ha avuto una lunghissima carriera ed è morto nel 1991, Coltrane invece è scomparso a soli 40 anni).Un modo per ricordare Davis e Coltrane è quello di fermare il film della loro storia su un fotogramma particolare, un momento specifico e comune nel percorso dei due giganti del jazz. Nel 1961, per esempio, quando entrambi avevano trentacinque anni, ma Miles era già considerato un maestro, mentre John era l’allievo che ormai si era costruito una propria traiettoria da protagonista, anche se non sapeva che sarebbe durata soltanto per poco più di cinque anni: l’eroina e la bottiglia contribuirono al tumore al fegato che lo annientò. Difficile dire se quell’anno sia da considerare il culmine della loro carriera, dipende dai gusti e dalla critica. Miles ha avuto una molteplicità di cadute e rinascite e ha spaziato e innovato in vari generi musicali per tutti gli anni Settanta e Ottanta. Coltrane nel 1961 aveva già al proprio attivo capolavori come “Blue Train”, “Giant Steps” e “My Favorite Things”, ma aveva davanti anni di ulteriori successi, fino all’approdo a “A Love Supreme” come momento di sintesi del proprio percorso artistico.Nel ’61 Miles era già un maestro, e John era l’allievo con una propria traiettoria da protagonista, destinata a durare solo altri cinque anniMa il 1961 è un fotogramma che racconta qualcosa di insolito e irripetibile che avviene intorno a Davis e Coltrane e avvolge e stimola entrambi. I rinascimenti urbani sono fenomeni rari, convergenze di talenti in un ristretto spazio geografico che portano a contaminazioni artistiche impossibili da pianificare. Il Village di inizio anni Sessanta può essere paragonato forse alla Parigi degli anni Venti, dove tra Montparnasse e il Café de Flore si potevano incontrare Picasso e Matisse, Hemingway e Gertrude Stein, Joyce ed Ezra Pound, Stravinsky e Modigliani. O alla Vienna dei primi anni del Ventesimo secolo, dove nei cafè lungo la Ringstrasse si aggiravano Gustav Klimt e Sigmund Freud, Gustav Mahler e Ludwig Wittgenstein, Egon Schiele e Otto Wagner. O ancora alla “swinging London” della seconda metà degli anni Sessanta, la città dei Beatles e dei Rolling Stones, degli Who e di Mary Quant.Il paragone più affascinante e forse più calzante per la New York del 1961 è però la Firenze di cinque secoli prima, quella che il Rinascimento non l’ha imitato, ma l’ha inventato. Quell’affollamento di artisti che si trovano nel Village di inizio anni Sessanta era già accaduto per esempio nella Firenze del 1480. Anche lì, in quel fotogramma storico, era possibile andare in venti minuti da un’estremità all’altra di una città di quarantamila abitanti trovando lungo il cammino la bottega del Verrocchio dove il giovane allievo Leonardo da Vinci era già una star, lo studio di Botticelli che insegnava l’arte a Filippino Lippi, i dibattiti accademici guidati da Marsilio Ficino. Il tutto sotto la munifica protezione dei Medici, con Lorenzo il Magnifico appena tornato al potere dopo la congiura de’ Pazzi.Un ecosistema di genialità vive di un equilibrio delicato e instabile. La New York del 1961 è una brevissima parentesi prima che tutto si dissolva in mille rivoli diversi, così come sulla Firenze del 1480 stavano per abbattersi le profezie e le penitenze di Girolamo Savonarola. Ma immaginare un viaggio nelle strade di Manhattan in quel momento di cambio d’epoca è forse il miglior tributo che si può fare a Davis e Coltrane nell’anno del loro centenario.L’America del 1961 è divisa tra l’euforia per una nuova stagione politica e la tensione per la Guerra Fredda che sembra sempre pronta a diventare “calda”, se non addirittura atomica. A gennaio il paese si ferma per celebrare l’insediamento alla Casa Bianca di un giovane presidente, John Fitzgerald Kennedy, che si porta dietro le atmosfere quasi aristocratiche della sua Camelot democratica e un’attenzione da mecenate mediceo per il mondo degli artisti. Il suo avversario geopolitico è Nikita Krusciov, che da Mosca continua ad alzare la posta e la tensione, portandole al livello di più alto pericolo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il conflitto a distanza tra le superpotenze diviene fisicamente visibile nel primo anno dell’amministrazione Kennedy, con la costruzione del Muro che separa in due Berlino.New York vive questo contesto in un clima paradossale. I missili sovietici a testata nucleare sono puntati sulla città, il rischio di venir cancellati in un attimo da un’esplosione atomica non è mai stato così concreto. Eppure nelle strade c’è una vitalità frenetica e da ogni periferia degli Stati Uniti migliaia di giovani artisti sognano solo di trasferirsi qui.A passeggiare per la città si fatica a capirne il motivo. New York è sporca, violenta, puzzolente. A ogni angolo si viene investiti da raffiche di vento e polvere, mischiati all’odore delle cacche di cane disseminate sui marciapiedi. Scansarle è un’impresa e molto spesso si finisce per calpestare invece un pezzo di chewing-gum abbandonato, che si appiccica alle scarpe e accompagna il resto della passeggiata con un rumore di adesivo. I ristoranti italiani e cinesi si moltiplicano anche fuori da Little Italy e Chinatown, insieme alle gastronomie ebraiche che sembrano tutte repliche di Katz’s Delicatessen, e portano con loro profumi di cibi esotici che combattono contro gli aromi dello street food, chioschi di hot dog e carretti di pretzel.La folla si muove in modo caotico, un caleidoscopio di fedora, cappotti, vestiti alla moda, abiti sartoriali e jeans. A Midtown si spostano veloci i Mad Men delle agenzie di pubblicità di Madison Avenue, alla ricerca del prossimo cliente. Un’area che evitano con cura è quella di Times Square, dove imperversano piccoli delinquenti e case di appuntamento e c’è sempre il rischio di finire nei guai. C’è un ragazzino del Queens che fino a un paio di anni fa prendeva la metropolitana di nascosto per venire proprio qui, a Times Square, a comprare coltellini proibiti per una sua collezione segreta. Il padre però lo ha scoperto e adesso, nel 1961, il ragazzo è un quindicenne spedito fuori New York a fare l’accademia militare, per cercare di rimetterlo in riga. Si chiama Donald Trump.L’uomo che domina la città in questo momento è una figura gigantesca e controversa, che ispirerà il Trump palazzinaro. Il suo nome è Robert Moses, non è mai stato eletto a nessuna carica pubblica, eppure sindaci, governatori e funzionari pubblici pendono tutti dalle sue labbra. E’ l’urbanista che sta demolendo e ricostruendo intere porzioni di New York, per riempirla di ponti e autostrade. La metropoli sta cambiando volto e assumendo le caratteristiche che vuole imprimerle Moses, l’uomo più potente del momento. Uno dei luoghi simbolo di Manhattan, la storica Pennsylvania Station, sta per finire in macerie sotto i colpi dei suoi bulldozer, per lasciare spazio a nuovi edifici, nuove strade e al Madison Square Garden. In vari quartieri della città, soprattutto quelli poveri, quelli popolati dagli artisti e in generale quelli che non hanno buoni agganci a City Hall, Moses è più temuto delle bombe di Krusciov.A sud di Union Square, nel Village, c’è chi è pronto a tirare su le barricate per fermare Moses, che per ora si sta concentrando sulle aree ancora più a sud, a Downtown, dove interi quartieri di negozietti di elettrodomestici stanno per venire demoliti per far spazio al World Trade Center e alle sue Torri Gemelle. Nelle aree intorno a Washington Square si teme che presto accadrà qualcosa di simile anche da quelle parti e schiere di attivisti si organizzano per fare resistenza contro il progetto di Moses di costruire la Lower Manhattan Expressway, una superstrada che vorrebbe tagliare in due questa fetta della città, con piloni di cemento e corsie sopraelevate tra i palazzi del Village e di SoHo.È in questa New York caotica, maleodorante e vivacissima che nel gennaio 1961 arriva dal Minnesota un ragazzo con una chitarra. Si chiama Bob Dylan, ha 19 anni e ha appena fatto visita in ospedale, in New Jersey, al suo idolo musicale, Woody Guthrie. Dylan è al verde, si presenta al Cafe Wha? al Village e chiede al proprietario, Manny Roth, se può suonare alcuni brani per il pubblico del locale, per guadagnare qualche soldo. La platea reagisce entusiasta, è l’inizio di una carriera che arriverà al premio Nobel per la letteratura e prosegue ancora oggi. L’arrivo di Dylan e l’inaugurazione della presidenza di Kennedy aprono l’anno irripetibile del rinascimento newyorchese.Varie arti e molteplici artisti si incrociano tra West e East Village e più su lungo la Broadway fino a un edificio a Midtown al numero 1678, a due passi da Central Park: è qui che dal 1949 (e ancora per poco) ha sede il leggendario Birdland, dove hanno suonato i big del jazz dai tempi di Charlie Parker e dove ora capitano spesso Davis, Coltrane e soprattutto Charlie Mingus, che sta registrando i suoi album migliori e mostrando al mondo cosa si può fare con un contrabbasso alimentato da talento, rabbia, un po’ di follia, alcol e tanti psicofarmaci. Ma al Birdland si esibiscono anche artisti bianchi lontani dall’ambiente del jazz, primo tra tutti Frank Sinatra.Girando per il Village, ci si imbatte in una geografia di locali che sono diventati un punto di riferimento per tutto l’ecosistema del jazz. Non è più il momento di Harlem, come ai tempi d’oro di Duke Ellington e Louis Armstrong, i due giganti che ora trascorrono gran parte del loro tempo lontani da New York, impegnati nelle tournée internazionali. La generazione di Miles Davis, John Coltrane e Ornette Coleman e i ragazzini emergenti come Herbie Hancock adesso sono tutti al Village, insieme ad alcuni veterani come Monk. I locali che stanno facendo la storia della musica jazz e di quella folk si chiamano Gaslight Café, Gerde’s Folk City, Village Vanguard, Café Wha? Five Spot, The Bitter End, Village Gate, Half Note, Jazz Gallery, Cafe Bizarre.Miles è la superstar del momento, va e viene dall’Europa, gira il mondo, fa bagni di folla a Parigi poi torna e si rimette a suonare con i suoi ragazzi nei piccoli locali del Village. Forma, smonta e riforma i quintetti con cui crea i suoi capolavori. Il primo è nato qualche anno fa, nel 1955 al Café Bohemia, quando Miles è tornato trionfante dal Newport Jazz Festival e la Columbia Records gli ha messo davanti un ricco contratto, con un solo vincolo: dare vita a una band stabile. Lui ha chiamato intorno a sé Sonny Rollins al sax, Red Garland al piano, Paul Chambers al contrabbasso e Philly Joe Jones alle percussioni. Ma poco tempo dopo Rollins ha dovuto lasciare, perché la dipendenza dall’eroina lo rendeva inaffidabile. Miles allora si è lasciato convincere da Jones a provare un sassofonista di cui al Village tutti dicevano grandi cose: John Coltrane, “Trane” per gli amici.Adesso, dopo poco più di cinque anni di successi insieme, Trane si è messo in proprio e Miles suona con quintetti dove il sax cambia spesso, in attesa che alla band si unisca Wayne Shorter che sarà a lungo la spalla di Davis. Coltrane sta preparando un quartetto con il quale vuole registrare una serie di sessioni al Village Vanguard (diverranno celebri). Entrambi, Miles e Trane, la sera si incrociano nei locali dove vanno ad ascoltare lo straripante talento jazzistico che si muove nelle stradine del Village in quel momento: non solo Monk e Mingus, ma anche gente come Coleman, Hancock, Bill Evans, Max Roach, Eric Dolphy, McCoy Tyneer, Art Blakey. Mentre passeggiano o si fermano nei locali a bere un goccio, incrociano e salutano l’altro popolo della musica che domina la zona, quello dei cantautori folk che stanno ridisegnando il pop americano. Perché girando in quei pochi isolati tra la Sesta Avenue e Broadway, subito sotto Washington Square Park, là dove dal 1981 sorgerà un tempio del jazz in memoria di questa epoca, il Blue Note, è possibile sfiorare buona parte dei nomi che domineranno l’industria discografica per anni.C’è Dylan che già comincia a flirtare con Joan Baez. Guthrie sta male ed è sempre in ospedale, ma c’è Pete Seeger che cerca artisti da portare in estate a Newport per il suo festival folk. Poi c’è Dave Van Ronk, il “sindaco di MacDougal Street”, che aiuta tutti a trovare un posto per dormire e per suonare. Ci sono Peter Yarrow, Paul Stookey e Mary Travers che in questi giorni si stanno mettendo d’accordo, con la supervisione di Seeger, per creare un trio stabile invece di incontrarsi solo in modo episodico in qualche locale del Village: il mondo sta per scoprire i leggendari Peter, Paul & Mary.Ci sono due ragazzi del Queens che vengono spesso al Village. Si chiamano Paul Simon e Art Garfunkel: il mondo sta per scoprire anche loroCi sono due ragazzi del Queens che vengono spesso da queste parti. Hanno suonato insieme al liceo, sono promettenti, ma non riescono a mettersi d’accordo su come continuare una carriera. Il mix delle loro due voci è straordinario, ma pur considerandosi amici, in realtà non si sopportano. Non ci riusciranno mai. Ogni tanto uno dei due si affaccia al Gerde’s Folk City e canta qualcosa. Poi arriva l’altro e gli ruba la scena. Adesso però sembrano aver trovato il giusto equilibrio, li si vede sempre più spesso insieme al Village e i soliti talent scout della Columbia Records, che passano al setaccio queste strade ogni sera, stanno cercando di convincerli a diventare un duo stabile. Si chiamano Paul Simon e Art Garfunkel, il mondo sta per scoprire anche loro. “The Sound of Silence”, scritta dopo l’assassinio di Kennedy, tra un paio di anni sarà un po’ la colonna sonora dei titoli di coda che chiuderanno la stagione straordinaria del Village.Ma la musica è solo una parte di questo effervescente “momento Rinascimento” del Village. Nelle stesse strade, negli stessi locali dove entrano ed escono sax e batterie, entrano ed escono anche poeti e pittori, in cerca di ispirazione o semplicemente di un piatto caldo e una birra accompagnati da un po’ di musica. Alla Cedar Tavern, alla Minetta Tavern o al White Horse, mentre stai mangiando qualcosa può capitarti di sentire un’allegra comitiva che alza la voce, probabilmente per il troppo alcol. Il più vistoso e istrionico è Allen Ginsberg, uno che percorre in continuazione le strade del Village. Lo conoscono tutti, di giorno lo trovi tra i libri di Eighth Street Bookstore dove vanno tutti gli scrittori, la sera fa il giro dei locali e torna solo all’alba nel suo appartamento nell’East Village. Il suo “Howl” è già il manifesto della Beat Generation, ma il vero capolavoro lo ha scritto quattro anni fa lo scrittore dallo sguardo magnetico che compare spesso a fianco di Ginsberg e cattura l’attenzione di tutti ai readings all’Artist’s Studio. Si chiama Jack Kerouac e ormai è famoso, ha stupito tutti con il suo “On the road”.Fred McDarrah, il fotografo del giornale “Village Voice” che sta catturando le immagini-simbolo di questo anno straordinario, lo insegue ogni volta che si affaccia in un locale o si ferma a bere qualcosa con gli amici al Kettle of Fish Bar su MacDougal Street, dove capita di trovarlo seduto al bancone sullo sgabello a fianco di quello dove siede pensieroso Dylan. Ogni tanto da queste parti arrivano anche quei Beat un po’ matti della West Coast che Jack ha usato come ispirazione per i suoi personaggi in “Sulla strada”. Il più imprevedibile di tutti è Neal Cassady, che è appena uscito di prigione, ma si fanno vedere spesso anche Gary Snyder e Lawrence Ferlinghetti.Alla Cedar Tavern quella comitiva non vogliono più vederla da quando Kerouac, ubriaco fradicio, una sera ha urinato in un posacenere davanti a tutta la clientela. I suoi amici lo hanno caricato in macchina e come sempre ci sono volute due ore per tornare a Northport, a Long Island, dove per qualche misterioso motivo Jack si ostina a vivere, nonostante poi passi tutto il tempo a Manhattan.Jackson Pollock è morto da cinque anni. Ora quelli del suo giro, come Mark Rothko e Willem de Kooning, sono diventati quasi l’establishmentC’è un altro ex cliente scomodo della Cedar Tavern che aveva deciso di vivere a Long Island, ancora più lontano di Kerouac. Laggiù in fondo a East Hampton, quasi in mezzo all’oceano. Era un’altra testa calda, ma in queste sere del 1961 di lui non resta che la memoria. È morto da cinque anni, schiantandosi in auto contro un albero lungo una di quelle stradine sull’oceano, ubriaco come sempre. Gli amici che si ritrovano alla Cedar ancora si raccontano l’un l’altro quella sera che Jackson Pollock fu buttato fuori dal locale per aver scardinato la porta dei bagni durante l’ennesimo litigio. Adesso quelli del suo giro, gli espressionisti astratti, sono diventati quasi l’establishment qui al Village. Sono famosi, espongono al MoMa, ma vengono ancora la sera a girare in queste strade e a mescolarsi con i nuovi talenti. Pollock non c’è più, ma c’è Mark Rothko che ormai è celebre, l’hanno invitato anche alla cerimonia di inaugurazione del presidente Kennedy. C’è Willem De Kooning che ha lo studio a due passi dalla Ceder Tavern, al numero 827 di Broadway, e molto spesso le serate finiscono da lui, a bere in mezzo alle sue tele. Altri due membri fissi della piccola gang dei pittori sono Robert Rauschenberg e Jasper Johns, che vivono insieme e si dice siano amanti: avevano uno studio in Pearl Street, ma era un palazzo fatiscente ed è stato demolito, ora ne condividono un altro su due piani a Front Street, sotto il ponte di Brooklyn.Ogni tanto al gruppo si uniscono Clement Greenberg e Harold Rosenberg, i critici che li hanno “inventati” e talvolta arriva anche Leo Castelli, il loro Lorenzo il Magnifico, il gallerista mecenate che li ha fatti decollare con le mostre nella sua townhouse nell’Upper East Side, sulla Settantasettesima strada.Intorno a loro si agitano giovani artisti che sgomitano per emergere e prendere il posto dei big della pittura, ma ancora stanno muovendo i primi passi. Frequentano gli stessi locali e ogni tanto scambiano due parole con la generazione di Pollock, ma nei loro studi stanno già inventando qualcosa di nuovo, di pop, di sensazionale. Due tra loro, in particolare, cominciano a mettersi in evidenza e Leo Castelli li ha già notati: si chiamano Andy Warhol e Roy Lichtenstein.La musa e regina del Village si chiama Ruth Kligman, a 31 anni è già una sopravvissuta. Frank O’Hara l’ha soprannominata “death car girl”E poi c’è lei, che trovi in tutti i locali dove ci sono gli artisti e gli scrittori che contano, sta emergendo con le sue tele e le sue mostre. È contemporaneamente la musa e la regina del Village. Si chiama Ruth Kligman e a 31 anni è già una sopravvissuta. Era la ragazza di Pollock, che aveva vent’anni più di lei e perse la testa per Ruth incontrandola a una mostra, rovinando definitivamente l’unione con Lee Krasner. Ruth era con un’amica sull’auto di Pollock quel giorno, il giorno dello schianto mortale. Solo lei ne è uscita viva, con qualche frattura. Adesso sta insieme a de Kooning e non tutti hanno apprezzato di vederla a fianco del rivale di Jackson dopo solo un anno dall’incidente. Il poeta Frank O’Hara le ha dato un soprannome che in molti sussurrano quando la vedono passare in strada: è la “death car girl”.Ma Ruth se ne frega, da un po’ di tempo la si vede girare anche con Jasper Johns e la gente del Village non capisce più se lui sia gay o no. Lei assomiglia a Elizabeth Taylor e i giovani pittori fanno la coda per farle un ritratto. Adesso le gira intorno affascinato anche Andy Warhol, finiranno per frequentarsi per anni, riempiendo diari con frasi dedicate l’uno all’altra. Ancora un paio d’anni e Ruth aprirà la sua galleria al Village, esponendo tra l’altro le opere di Warhol.E’ una notte qualunque del 1961 al Village, ma ciascuna di quelle notti, in quell’anno strano e irripetibile, ha lasciato tracce indelebili. Sono le note della tromba di Miles e del sax di Trane che oggi i ragazzi ascoltano su Spotify, i brani che Dylan ogni tanto canta ancora con voce roca, i quadri di Rothko appesi in tutte le gallerie del mondo, le geniali innovazioni della pop art di Warhol, i libri di Kerouac ormai diventati classici della letteratura.E’ durata pochissimo. Presto sarebbero arrivati gli spari di Dallas contro Jfk, Dylan avrebbe sconvolto il folk festival di Newport scegliendo la chitarra elettrica, da Londra sarebbe arrivata la rivoluzione dei Beatles e ben presto la guerra in Vietnam avrebbe incattivito tutto. La gentrificazione ha trasformato il Village e di quell’epoca resta poco, ma il mondo è pieno di testimonianze di quel Rinascimento che fece di New York una nuova Firenze.