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Tra i talenti che critici, addetti ai lavori e appassionati attribuiscono a Miles Davis, uno dei jazzisti più influenti del secolo scorso, nato il 26 maggio di cent’anni fa, c’è un formidabile istinto: una dote che gli consentì di cambiare la storia del jazz in un paio d’occasioni, senza inventarsi nulla. Davis aveva una capacità unica nel cogliere le nuove tendenze del genere, e riusciva spesso a perfezionare e codificare stili che altri musicisti avevano già sperimentato prima di lui per dar loro forma compiuta.

Ci riuscì nel 1957 con Birth of the Cool e due anni dopo con Kind of Blue, album considerati rispettivamente i primi esempi di cool jazz e di jazz modale, due delle evoluzioni principali che seguirono al dominio del bebop negli anni Quaranta. In entrambi i casi, Davis partì da intuizioni altrui: Birth of the Cool fu la realizzazione delle idee sul rinnovamento del jazz del pianista canadese Gil Evans; e i principi alla base di Kind of Blue erano già stati anticipati in Lydian Chromatic Concept of Tonal Organization, libro in cui il pianista e compositore statunitense George Russell aveva introdotto l’idea di musica modale (ne abbiamo scritto più approfonditamente qui).