“Mi chiamo Miles” – pronunciato come si scrive – “come Miles Davis”. I genitori dell’insegnante di clarinetto, delle profondi paludi ferraresi, avevano orecchiato da qualche parte che Miles significa soldato in latino, e così avevano deciso di assegnare quel nome imperioso al figlio. Ma per lui Miles – pronunciato come si scrive – si riferiva a Davis, il grande musicista jazz.

Davis, di buona famiglia, classe 1926, veniva dalla provincia americana e i genitori (dentista il padre, insegnante di musica la madre) erano tutto sommato di larghe vedute, e consentirono al figlio di dedicarsi al jazz, ma solo se avesse intrapreso una seria educazione accademica. La Juilliard School, oltre a essere il conservatorio più prestigioso degli Stati Uniti, aveva l’enorme vantaggio di avere sede a New York, dove il jazz aveva preso una forma d’avanguardia chiamata be-bop. Lessico frenetico e stile funambolico. Virtuosismi da fare inceppare le danze nelle sale da swing. Musica da ascolto, potenziale commerciale basso, identità afroamericana alta.

Il Miles ferrarese, dall’altra parte dell’oceano, mostrava talento nello studio della classica ma era aggiornato anche sulle novità provenienti dagli States. Passato il diploma al conservatorio di Milano aveva vinto un concorso e – come orchestrale – si era diviso fra la direzione di Toscanini e quella di Perez Prado, per il quale suonava al sax alto musica afro cubana. “Mambo numero ocho!”, e via con la rumba.