Celebrare il centenario della nascita di Miles Davis, che cade il 26 maggio, vuol dire celebrare l'opera di uno dei geni innovatori della musica del '900. La sua potenza creativa, la sua capacità di anticipare il futuro, la sua lezione secondo cui i principi fondanti della sua arte sono l'individualità dello stile e del suono, ne fanno una figura che ha travalicato i confini del jazz e che già in vita conviveva con il suo mito.
Sono davvero pochi gli artisti che nel corso della loro carriera sono riusciti a cambiare più volte le regole del loro ambito espressivo aprendo nuove possibilità creative come ha fatto lui: il paragone possibile è Picasso, che in fondo lo riguarda da vicino per la passione con cui nell'ultima parte della sua vita tumultuosa si è dedicato alla pittura.
Per completare il quadro d'assieme mancano due elementi fondamentali: il primo è il sommo trombettista, creatore di un sound che è come l'impronta digitale dell'anima, l'espressione di un'idea di musica ispirata all'icastica formula "less is more", dove le pause e i silenzi valgono esattamente quanto le note. Il secondo elemento è il leader assemblatore di talenti.
La sua parabola artistica coincide in parte con l'evoluzione stessa del jazz: la sua vera palestra, da giovanissimo sono stati i locali della 52ma strada di New York, i templi del Be Bop: il ragazzino di Alton, Illinois, che ancora frequentava i corsi della prestigiosa Juillard School, in realtà sognava di suonare accanto ai suoi idoli, Charlie Parker e Dizzy Gillespie.












