Piango un conservatore, piango un maestro, piango Carlo Petrini. L’Uomo di Bra era la dimostrazione che si può essere (o, forse, che si poteva essere) conservatori e di sinistra. Tradizionalisti e di sinistra. Localisti e di sinistra. Le sue formule erano squisitamente autarchiche: “Presìdi”, “Terra Madre”, “Chilometro Zero”… Il suo movimento, “Slow Food”, era anglofono nella forma (glielo rinfacciai anche in pubblico) ma patriottico nella sostanza, e ancora oggi la chiocciola assegnata dalla Guida delle Osterie vale per me, e per la nazione che qui sfrontatamente rappresento, mille stelle della Guida Michelin. Così come, per me, un solo Petrini vale mille fasciofuturisti, mille forzisti nichilisti, mille elettori di destra in vacanza a Dubai. Mille o anche un milione. Con i Presìdi questo piemontese gigantesco ha salvato, conservato, tramandato innumerevoli prodotti e saperi dell’agroalimentare italiano. In “Buono, pulito e giusto”, libro-slogan non esente da moralismo, ci mancherebbe, scrisse: “La cucina contiene ed esprime la cultura di chi la pratica, è depositaria delle tradizioni e dell’identità di un gruppo”. La sinistra non se lo meritava, Carlo Petrini. Non che se lo meritasse qualcun altro, chiaro.
La sinistra non se lo meritava, Carlo Petrini
Con i presìdi questo piemontese gigantesco ha salvato, conservato, tramandato innumerevoli prodotti e saperi dell’agroalimentare italiano. Il suo movimento, “Slow Food”, era anglofono nella forma ma patriottico nella sostanza










