Per mia grande fortuna sono nato e vivo in una terra straordinaria del Piemonte meridionale che confina con le ultime propaggini dell’Appennino Ligure ed è circoscritta dal disegno lento e sinuoso del fiume Tanaro; la Langa. In questa parte subalpina del nostro bel paese s’è educati a conversare e disputare sul buon vino, sui piatti tipici della nostra tradizione, sul riscatto alimentare dalla nostra antica miseria. Fenoglio, Pavese, Lajolo, Nuto Revelli sono i nostri miti letterari, in loro rilegiamo la nostra storia, il nostro modo d’essere ma, anche, lo straordinario sviluppo dell’economia vitivinicola della zona, un tempo povera e diseredata.
Parimenti, per mia grande fortuna, ho militato all’inizio degli anni ’70 in quella parte della sinistra intelligente che si raccoglieva attorno al Manifesto e poi nel Pdup; orbene, parlando un giorno con un famoso compagno e disquisendo di gastronomia, venni sbrigativamente interrotto con l’affermazione: «Voi langaroli parlate sempre di mangiare, sembrate dei preti di campagna». Più tardi venni a sapere che quel compagno illustre passava le sue ferie in terra di Francia e visitava con sistematica cura i buoni ristoratori d’oltralpe; di essi apprezzava la cucina, il servizio, la straordinaria scelta dei vini.










