Ci sono territori vocati alla produzione di grandi vini. E poi ci sono territori che imparano a trasformarsi in immaginario. Le Langhe, oggi, appartengono alla seconda categoria. Non vendono più soltanto bottiglie, ma un’idea di vita: colline ordinate, architetture rurali reinterpretate, cucina di tradizione, arte contemporanea, ospitalità diffusa, ritmo lento.

Il progetto Le Brunate della famiglia Ceretto nasce esattamente in seno a questa evoluzione. Non come semplice apertura gastronomica, ma come dichiarazione culturale. Il nome arriva dalla storica MGA (Menzione Geografica Aggiuntiva) Brunate di La Morra, uno dei cru simbolo del Barolo, e già questo chiarisce la direzione: il vigneto non è più soltanto origine agricola, ma dispositivo narrativo. Il team di lavoro, del resto, è quello poliedrico che mette insieme le capacità enoiche della famiglia con il mecenatismo artistico di Roberta Ceretto e la professionalità indiscussa di Enrico Crippa.

Le Brunate si definisce una “nuova tavola nel cuore della Langa”, pensata per superare la distinzione tradizionale tra cantina e cucina. L’obiettivo dichiarato è trasformare il vino in esperienza continua, dalla collina alla tavola, senza separazioni nette tra degustazione, ristorazione e paesaggio. La realtà, in questo caso, supera di gran lunga la comunicazione e la prospettiva: una terrazza a sbalzo sul Patrimonio dell’Umanità, una ristrutturazione fedele di un ex distilleria, la cappella del Barolo sullo sfondo accompagnata dalle opere di Clemente e Kiki Smith. In tavola, una cucina del luogo fatta semplicemente bene, di una bontà appagante, elegante e rurale allo stesso tempo.