Quando in politica le cose non funzionano, prendere tempo significa spesso perdere consenso. È questo, in fondo, il messaggio lanciato – e poi rettificato – dal vicepremier e ministro leghista Matteo Salvini, che ieri ha rotto il tabù del voto anticipato evocando per la prima volta la possibilità di chiudere in anticipo la legislatura che termina ufficialmente nel 2027.
Le parole del leader del Carroccio hanno rimesso in moto il vecchio gioco molto in voga nei palazzi romani delle ipotesi e dei retroscena. Nel centrodestra, ma anche tra le opposizioni, c’è già chi fa i conti con il calendario, chi osserva i sondaggi e chi prova a capire quale potrebbe essere la finestra più conveniente per tornare alle urne.Le possibili date Il primo snodo utile resta la primavera del 2027, con un eventuale voto tra aprile e maggio, a ridosso della scadenza naturale della legislatura. Ma nei corridoi della maggioranza c’è chi continua a tenere aperta anche l’ipotesi di un’accelerazione già entro la fine di quest’anno, in uno scenario che incrocia due piani diversi: uno molto concreto, quasi prosaico, e uno decisamente politico-istituzionale. Il primo riguarda il calendario dei parlamentari e la maturazione dei requisiti previdenziali. La data da tenere d’occhio è il 23 aprile 2027: la soglia che permetterebbe agli eletti di raggiungere i 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di mandato, il minimo per far scattare il diritto alla cosiddetta “pensione parlamentare”. Dopo quella data, dal punto di vista tecnico, lo scioglimento delle Camere non avrebbe più l’effetto di interrompere il percorso contributivo. E infatti, nei ragionamenti interni, la finestra utile resta proprio quella di un voto tra fine aprile e maggio 2027.Una scelta che avrebbe anche una logica pratica, oltre che politica. Perché eviterebbe due problemi non da poco : il logoramento naturale degli ultimi mesi di legislatura e l’affanno di scrivere la legge di Bilancio in autunno, con tempi inevitabilmente stretti e margini di manovra ridotti. Il nodo della legge elettorale Il secondo livello è legato al destino della legge elettorale. Se si andasse alle urne nei prossimi mesi, il voto si svolgerebbe con ogni probabilità ancora con il Rosatellum, il sistema misto attualmente in vigore, basato su collegi uninominali e quota proporzionale. La riforma su cui il centrodestra sta lavorando – il cosiddetto “Stabilicum”, un proporzionale con premio di maggioranza e ipotesi di ballottaggio – è infatti ancora in una fase preliminare e difficilmente potrebbe essere approvata nei tempi compatibili con una eventuale crisi politica anticipata.Tradotto: attendere il 2027 vorrebbe dire lasciare il tempo alla maggioranza di scegliere, almeno in parte, il campo su cui giocare la partita elettorale. Ed è anche in questa doppia lettura – calendario e regole del gioco – che si inseriscono le parole di Matteo Salvini, lette da molti non solo come pressione politica sugli alleati, ma come tentativo di rimettere in discussione tempi e convenienze della legislatura.A chi conviene il voto anticipato Al netto delle difficoltà economiche, la linea ufficiale resta quella della legislatura a scadenza naturale. Lo ha ribadito più volte anche il leader di Forza Italia e vicepremier Antonio Tajani, convinto che l’equilibrio della coalizione si giochi soprattutto sulla tenuta nel tempo e non sulla rottura degli euqilibri di governo. Flotilla, attivisti legati e derisi. Ben-Gvir: benvenuti in Israele. Mattarella: «Livello infimo»Diverso, ma non esplicitato apertamente, il ragionamento della premier Giorgia Meloni: nessuna convenienza immediata a rompere l’equilibrio, anche perché il vantaggio nei sondaggi di Fratelli d’Italia resta consistente ma non tale da trasformare un eventuale voto anticipato in una passeggiata nei collegi, dove la variabile territoriale può ancora fare la differenza.Più mobile, invece, la lettura della Lega di Matteo Salvini, che potrebbe vedere in un’accelerazione la possibilità di riaprire la partita degli equilibri interni alla coalizione. Perché in politica contano i rapporti di forza e il momento in cui si va a votare finisce sempre per riscriverli.










