Poco tempo fa stavo ascoltando uno dei miei podcast preferiti quando ho sentito un parallelo interessante: le dot-com degli anni Novanta e l’hype contemporaneo sull’intelligenza artificiale. Nel 1999 avevo quattro anni: giocavo al GameBoy Color con Pokémon Giallo e Kirby, giravo con una palla dei Chicago Bulls sottobraccio e convivevo con un Furby che terrorizzava mia madre. Difficile, quindi, ricordare davvero cosa fosse la bolla dot-com. Eppure, atterrando su Pets.com, ho avuto un’illuminazione. Per chi non la ricordasse: Pets.com era un’azienda che vendeva cibo per animali online. Nel 1999 qualcuno pensò seriamente che spedire crocchette via internet fosse un’idea da miliardi di dollari. Bruciò circa 300 milioni in nove mesi e poi svanì nel nulla. L’unica cosa sopravvissuta fu la mascotte: un cane con un microfono, più memorabile dell’azienda stessa.Ed eccoci nel 2025. Stessa atmosfera, ma su scala cosmica. Solo che questa volta la mascotte si chiama ChatGPT. Chiariamo subito un punto, prima che qualcuno inizi a lanciare tastiere: nessuno sta dicendo che l’intelligenza artificiale sia una truffa o che stia per collassare come un soufflé venuto male. L’AI è reale. È utile. Probabilmente è persino più trasformativa di quanto immaginiamo oggi. La domanda, però, è un’altra: quanto siamo disposti a pagarla? Perché i numeri iniziano ad assumere contorni quasi surreali.Nel solo 2025, le startup AI hanno attirato 258,7 miliardi di dollari di investimenti globali. Tradotto: il 61% di tutto il venture capital mondiale è finito nell’intelligenza artificiale. Nel 2022 era il 30%. Oggi sei investitori su dieci sembrano convinti che l’unica cosa degna di esistere sia l’AI. OpenAI ha chiuso un round da 110 miliardi di dollari a una valutazione pre-money di 730 miliardi. Anthropic ha raccolto 30 miliardi con una valutazione di 380 miliardi. Per dare prospettiva: Anthropic oggi vale quanto il PIL della Danimarca. Una nazione intera. Non una startup.Nel frattempo, OpenAI brucia circa 15 milioni di dollari al giorno solo per Sora. E i costi di inferenza — cioè il costo necessario per far rispondere un modello ogni volta che gli chiediamo qualcosa — sono passati da 3,76 miliardi nel 2024 a oltre 5 miliardi già nel primo semestre del 2025. Ed è qui che iniziano le analogie più scomode con la bolla dot-com. Quelle che all’epoca venivano nascoste sotto slide PowerPoint con grafici che puntavano sempre verso l’alto. Microsoft, Meta, Tesla, Amazon e Google hanno investito circa 560 miliardi di dollari in infrastruttura AI negli ultimi due anni. I ricavi direttamente collegati all’AI? Circa 35 miliardi.Una ratio di 16 a 1 tra spesa e ritorno. Durante la bolla internet ci si allarmava già con rapporti di 10 a 1. Poi arriva forse il dato più brutale di tutti: secondo uno studio del MIT, il 95% dei progetti pilota AI aziendali non produce impatti concreti, nonostante oltre 40 miliardi investiti nelle generative AI: 95%! È come comprare cento bottiglie di Champagne e stapparne cinque. Elegante, ma che spreco! Ed il motivo non è legato al progetto, ma all’approccio aziendale che focalizzandosi sul marketing tralascia le aree che beneficerebbero di più di questa tecnologia (aka backoffice, procurement, finanaza, etc).E le red flag iniziano ad assomigliarsi tutte. I “Magnificent Seven” — Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta e Tesla — rappresentano oggi tra il 34% e il 37% dell’intero S&P 500. È la concentrazione più alta degli ultimi cinquant’anni. Più alta persino di quella della bolla dot-com. Quando sette aziende tengono in piedi il mercato come Atlante reggeva il cielo, forse è legittimo chiedersi quanto sia stabile stare lì sotto. Anche le valutazioni iniziano ad assumere tonalità decisamente teatrali: le aziende AI vengono scambiate mediamente a 23,4 volte i ricavi; i vendor di LLM superano spesso le 40 volte; le startup early-stage arrivano persino a 70 volte. Poi c’è il tema più delicato di tutti: i flussi circolari.La Banca d’Inghilterra ha evidenziato come i principali player AI si alimentino a vicenda in un circuito che rischia di gonfiare artificialmente le valutazioni. Nvidia investe in OpenAI. Microsoft investe in OpenAI. OpenAI compra chip Nvidia. Praticamente “alla fiera dell’Est mio padre comprò”. Naturalmente esistono anche differenze sostanziali. Ed è giusto riconoscerle. Oggi i Magnificent Seven trattano intorno a 28 volte gli utili prospettici, molto meno rispetto alle 66 volte delle grandi aziende tech del 1999. E soprattutto generano cassa anche se poca. Non stanno semplicemente incendiando capitale senza paracadute. In più, l’adozione dell’AI è impressionante. Tre anni dopo il lancio di ChatGPT, l’AI generativa aveva già raggiunto il 54,6% di diffusione. Internet, nello stesso punto del suo ciclo vitale, era al 30%. I personal computer al 19,7%.La tecnologia è reale. La domanda è reale. Forse il problema non è l’intelligenza artificiale in sé, ma il prezzo emotivo, finanziario e culturale che stiamo pagando per partecipare alla corsa. Anche perché, in parte, il prodotto siamo noi. Ed è qui che torna in mente American Beauty: il protagonista investiva i risparmi di famiglia nelle dot-com mentre sua moglie si sforzava disperatamente di sembrare un’agente immobiliare di successo. Alla fine, i soldi evaporavano. L’illusione restava. L’AI potrebbe davvero rappresentare il più grande cambio tecnologico della storia umana. Oppure potrebbe essere — contemporaneamente — una rivoluzione autentica e una gigantesca sopravvalutazione finanziaria. Esattamente come internet nel 1999: reale, rivoluzionario e sopravvalutato del 300%.Secondo la Banca d’Inghilterra, le valutazioni potrebbero ridimensionarsi drasticamente se i costi infrastrutturali continuassero a crescere più velocemente dei ritorni economici. Nel frattempo, il 54% dei fund manager globali ritiene già di essere dentro una bolla. Pets.com aveva un cane con un microfono. Noi abbiamo un chatbot che scrive poesie e sbaglia i calcoli (ogni tanto). La mascotte è migliorata. Il resto staremo a vedere.
DéjAI-com: il grande enigma della sostenibilità economica dell'AI e le analogie con la bolla delle dot-com
Quanto siamo disposti a pagare per l'intelligenza artificiale? Perché i numeri iniziano ad assumere contorni quasi surreali












