Direttamente dal concorso del festival di Cannes, arriva in sala Amarga navidad, il nuovo bellissimo film di Pedro Almodóvar. Un’opera con più strati che dà quasi una vertigine, estremamente profondo e doloroso, ma pieno di grazia. E non privo di un certo sommesso umorismo che, essendo l’autoritratto del regista nei momenti di crisi creativa e del suo narcisismo, riesce a raggiungere una dimensione molto umana e universale sulla solitudine contemporanea.

Durante la conferenza stampa di presentazione del film, Almodóvar ha polemizzato duramente con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, definiti dei “mostri”. Sempre al festival francese un altro grande spagnolo della nuova generazione, Rodrigo Sorogoyen (As bestas il suo titolo più noto), ha presentato El ser querido (The beloved, il titolo internazionale) in cui è raccontato da un punto di vista intimo – il confronto-scontro tra un padre e una figlia – l’intento di un regista di girare un nuovo imponente film.

Un po’ come in Amarga navidad, dove Raúl (Leonardo Sbaraglia) scrittore e regista affermato, ma in crisi creativa, invece che sul set lo vediamo che freme, inquieto, nella scrittura al computer in casa, su un taccuino in un parco cittadino, nelle discussioni casalinghe o al telefono con la sua assistente Monica (Aitana Sánchez-Gijón) o con il compagno Santi (Quim Gutiérrez), di 15 anni più giovane, mentre cerca di scrivere una storia dolorosa e intima. Non una fiction, non un’autobiografia, ma un autofiction.