AMARGA NAVIDADdi Pedro Almodóvar, Spagna, 111’Le dita volano sulla tastiera. L’immagine si allarga e si disgrega in migliaia di pixel. Quella che sembrava un’eco visiva del mondo si rivela pura immaginazione. Non un riflesso, ma una possibile immagine del mondo. In altre parole: una sua ri-creazione.Siamo nel cuore del nuovo Almodóvar, che sembra seguire due storie parallele salvo poi farne un racconto unico. Nel 2004 c’è una regista che ha diretto solo due flop (ma “di culto”, la spiegazione origina uno dei pochi momenti divertenti del film) per poi darsi alla pubblicità: Elsa (Barbara Lennie), alle prese con un desiderio improvviso di tornare sul set. Nel 2026 c’è un regista in crisi che lavora a una nuova sceneggiatura cercando l’onda da cavalcare, l’idea che lo solleverà per portarlo in mondi imprevedibili. È l’avventura della creazione, sissignori. La chiave d’accesso a una dimensione altra. Una sfida che per l’inquieto Raul (l’argentino Leonardo Sbaraglia) coincide con la sopravvivenza. Ma fino a dove arrivano i diritti di un artista? Quanto possiamo “rubare” alle vite e al dolore degli altri, in nome dell’arte e della trasfigurazione? E se in un ribaltamento pirandelliano, ohibò, i personaggi reclamassero il diritto all’oblìo - o almeno alla privacy?Non sono domande nuove. Ma purtroppo ancora meno nuovo è il modo in cui Almodóvar le pone. In un tripudio di preziosismi visivi (e grandi marchi della moda) che imbalsama una materia già tutta mentale, inerte, manierata, implacabilmente disposta in inquadrature di estenuante equilibrio cromatico. Come se in questo autoritratto, così velato da essere esibito, il grande regista di tanti grandi film si sentisse tenuto a imitare se stesso. Perdendo per strada vitalità, insolenza, imperfezione, oltranza. Insomma verità.Perfino nella selvaggia Lanzarote, tutto sembra uscito da un servizio di moda. Così, tra cento, anzi mille telefonate (nel 2004 i cellulari erano già infestanti), un omaggio a Chavela Vargas e uno più gioioso a Grace Jones e Amanda Lear, cerchiamo con inutile diligenza di appassionarci alle rime interne delle vite di Elsa e Raul, la creatura e il creatore, con i loro amanti trascurati (altra pista interessante ma appena accennata: l’amante di Elsa, spogliarellista timido), i dolori lancinanti delle persone vicine, le vite lussuose ma vuote in cui è così difficile identificarsi.Dovremmo uscire dal film alambiccandoci su come avrà fatto ancora una volta il regista di “Tutto su mia madre”, ma anche del recente “Dolor y gloria”, a dar vita a tutto questo. Malgrado il colpo di reni finale, se ne riemerge chiedendosi soprattutto perché.