Nel film del regista della Mancha c'è un gioco di specchi: un regista, doppio dell'autore, nell'atto della creazione

Una carriera lunga 46 anni, 23 film, tra cui diversi capolavori (Parla con lei, Tutto su mia madre). Pedro Almodóvar con Amarga Navidad (Natale amaro), in concorso a Cannes, nonostante sia nelle sale spagnole da marzo, è la prova che si può anche invecchiare benissimo dietro la macchina da presa. Che il declino non è scontato, che la vita e la realtà offrono continui trampolini per lanci stratosferici a patto di saper raccontare.

Amarga Navidad: la trama dell’ultimo film di Pedro Almodóvar

Ed è proprio intorno a questo che gira l’ultimo film del regista della Mancha. Siamo nel 2004, data scelta non a caso perché, apprendiamo, in quell’anno Raúl il regista (Leonardo Sbaraglia, lo vediamo sempre alla tastiera del computer intento a scrivere una sceneggiatura) ha avuto il suo primo attacco di panico.

Lo stesso problema che affligge la protagonista del film che sta scrivendo, Monica (Aitana Sánchez-Gijón). Che finisce in pronto soccorso nella stessa stanza in cui ha girato il suo film che, ci rivela la dottoressa che la cura, è diventato “di culto”, cioè non vuol dire affiliato a una religione (“gli evangelici?” azzarda la sanitaria), ma che è semplicemente «un film di cui la maggioranza delle persone non si interessa».