In queste ore si sta parlando molto della direttiva europea sulle vittime di reato, appena approvata, presentandola da parte di qualcuno come un grande passo avanti contro l’omobitransfobia. È necessario però fare chiarezza, perché sui diritti delle persone LGBTQIA+ non servono slogan, non servono titoli facili, non serve il pink washing. Serve verità politica.
La direttiva europea sulle vittime è un provvedimento importante, ma riguarda in generale le persone vittime di reato. Il suo obiettivo è rafforzare il sostegno a chi denuncia, garantire maggiore accesso alle informazioni, protezione, assistenza, accompagnamento nel percorso giudiziario. Sono strumenti utili, certamente. Ma non siamo davanti a una legge specifica contro l’odio omobitransfobico.
E questa differenza non è tecnica, è politica.
Una persona LGBTQIA+ che subisce discriminazione, esclusione, istigazione all’odio, umiliazione pubblica, campagne di delegittimazione o propaganda fondata sull’idea che la sua esistenza sia sbagliata, malata o inferiore, non ha bisogno solo di essere sostenuta dopo il reato. Ha bisogno che lo Stato riconosca quella discriminazione, la prevenga, la contrasti, la nomini.
Per l’Italia, l’unico elemento concreto che potrebbe derivare da questa direttiva è un possibile ampliamento del gratuito patrocinio per alcune vittime. Ma anche qui bisogna essere onesti: il patrocinio a spese dello Stato è già previsto per diverse fattispecie, come atti persecutori, violenze, maltrattamenti e altri reati gravi. Dunque, per il nostro Paese, il rischio è che si costruisca molta comunicazione politica intorno a un cambiamento che, nella vita reale delle persone LGBTQIA+, potrebbe incidere poco o nulla.










