Impegnato in un tour infinito non c’è solo Bob Dylan. Fotografare il Menestrello di Duluth, per Paolo Brillo, significa inseguire da quarant’anni un artista che rifiuta l’immagine definitiva, le pose e gli stessi fotografi. Ospite a The Phair, in Sala Fucine alle OGR (Corso Castelfidardo 22) da venerdì 22 a domenica 24, dalle 12 alle 20, Colombo’s gallery espone alcuni suoi scatti “rubati” dedicati al musicista americano. Nato a Bolzano nel 1961, dove vive e lavora come commercialista, Brillo ha assistito a oltre mille concerti, di cui più di settanta solo di Dylan. Le sue fotografie sono state esposte in Italia e all’estero, dalla “Dylan & Hendrix Exhibition” di Londra alla Royal Albert Hall. Da quella passione è nato il volume “Bob Dylan. No such thing as forever” (Red Planet Books). Brillo, da dove nasce la sua storia con Dylan? «Attraverso la sua musica. Avevo ventidue anni. In contemporanea è nata la passione per la fotografia e, a un certo punto, le due strade si sono incrociate. Il primo concerto fu a Verona, nel 1984, la prima data italiana ufficiale di Dylan. Poi lo rividi qualche settimana dopo a San Siro. Allora nulla faceva pensare che sarei arrivato a vederlo e fotografarlo in oltre settanta concerti. Non tengo nemmeno più il conto». Lei però non fotografa da accreditato. Come funziona? «Oggi un fotografo è considerato peggio di un terrorista. C’è un accanimento, in parte comprensibile, specie con personaggi come Dylan, dove le immagini possono avere valore commerciale. Per fotografarli bisogna organizzarsi, nascondere la macchina dove capita e cercare di non farsi beccare. Non è una scelta performativa, è un obbligo. Dylan da decenni non accredita fotografi, salvo rarissime occasioni». Non è stancante? «A sessantacinque anni sì, specie quando ti beccano con la macchina fotografica nascosta chissà dove. Se durante una perquisizione sentono qualcosa di metallico possono pensare a tutt’altro. Invece sono solo i miei obiettivi». Cosa significa fotografare un artista che si sottrae? «Dà ancora più soddisfazione. Dylan ha una repulsione verso i fotografi da sempre. Negli ultimi anni questa cosa si è accentuata, forse perché non gradisce il proprio aspetto di persona invecchiata. Cappellino, felpa col cappuccio, luci ridotte al minimo. Tutto diventa più complicato, ma anche una sfida».