Intervista allo scriba del Sole «Noi copiamo solo ciò che fa la nostra stella». A New York una retrospettiva sul grande fotografo di moda
di Beatrice Zamponi
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Una volta il fotografo Harold Chapman, mentre scattava nel deserto, mostrò una foto al suo cammelliere, il quale gli rispose: “Mi dispiace ma non so leggere”. Trovo questa storia illuminante", racconta Paolo Roversi, tra gli artisti più rappresentativi della nostra contemporaneità, in mostra alla Pace Gallery di New York dal 12 settembre. "La fotografia è un linguaggio che andrebbe imparato e studiato a scuola, così come s’insegna a leggere, scrivere, disegnare e suonare". Viviamo in un mondo plasmato dalle immagini, ma non siamo ancora veramente capaci di decodificarle. C’è un analfabetismo paradossale, non comprendiamo a pieno la forza della fotografia, le sue potenzialità espressive; per questo su Instagram ci sono soprattutto foto di gatti e tramonti. Potrebbe essere un romanzo e invece è un elenco del telefono. Attraverso la sua fotografia, invece, Roversi scrive poesie. E come la poesia mette in crisi la relazione tra suono e significato di una parola, così il suo lavoro quella tra realtà e immagine. Questo slittamento prende forma attraverso l’uso del fuori fuoco. Il suo lavoro non è mai una trasposizione fedele di ciò che ha di fronte; come se a essere immortalata fosse la vibrazione, la vita interna del soggetto. Una forza insieme centrifuga e centripeta che risucchia e al contempo irradia tutto ciò che ha intorno. "Questa costante imprecisione", chiarisce Roversi, "questa indefinizione è per me un’affermazione di libertà".








