«E da quel caos, se si è fortunati, nasce l’originalità»: il fotografo si racconta alla vigilia della personale a Milano
di Beatrice Zamponi
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La fotografia di Glen Luchford è un concentrato di elementi diversissimi spinti all’eccesso. Un clash di cortocircuiti a catena. Cultura alta e bassa si guardano, si toccano, si fondono senza soluzione di continuità. Da una parte le sue origini: lo skate, i punk, la breakdance. Dall’altra la passione per l’immagine in movimento: Cassavetes, Scorsese, Fellini. Famelico di esperienze, a 15 anni lascia la scuola e arriva a Londra dove lavora nel salone di un parrucchiere, per poi dare forma alla più sofisticata delle tecniche fotografiche ispirata alla luce multifocale del cinema. Ecco come possono convivere Andrej Rublëv di Tarkovskij e Il tempo dei gitani di Kusturica con i meandri del fiume Tevere nella periferia romana in uno storico scatto per Prada. Ma anche la corsa liberatoria di Christiane F. nei sottopassaggi della metro di Berlino con le piastrelle rosa di un bagno anni Settanta e un pavone al guinzaglio per un advertising di Gucci. Tutto è assolutamente credibile nella fotografia di Glen Luchford, anche il più onirico degli immaginari. Nelle sue foto c’è sempre qualcosa che riporta alla realtà, a una verità che conosciamo e che in qualche modo anche noi abbiamo vissuto. Riesce a normalizzare gli eventi più straordinari, a renderli accessibili, desiderabili. Così può succedere di trovare familiari perfino i due ragazzi che scacciano un dinosauro con una lancia (in un’altra pubblicità di Gucci), forse perché, da qualche parte della nostra memoria, ci ricordano la psichedelia senza tempo del San Giorgio di Paolo Uccello che uccide il drago. Spesso ad aiutarci a sviluppare questo processo empatico ci sono le inquadrature larghe che includono tutto, anche “l’errore teorico”. Formalmente non c’è una regola, se non un cambio di direzione continuo che somiglia molto alla vita stessa. Atlas, la prima personale di Luchford in Italia (dal 25 settembre alla 10 Corso Como Gallery di Milano), traccia un percorso della sua carriera. Un atlante appunto, per orientarci nell’inesauribile trasformazione del fotografo britannico classe 1968.







