Là vendono cartoline dell’impiccagione, dipingono di marrone i passaporti. Il salone di bellezza è pieno di marinai e il circo è in città. Desolation row, una delle canzoni più belle di Bob Dylan, comincia così, con istantanee surrealiste di un luogo indefinito che durante l’ascolto ti si piantano in testa. Sembra quasi di vederle. E poi la via della desolazione, che Fabrizio De André tradusse in Via della povertà, si riempie di protagonisti provenienti da diverse epoche storiche. Dylan li descrive come spettri emersi dal buio con tono shakesperiano: Cenerentola, Romeo, Einstein travestito da Robin Hood, ma anche Ezra Pound e T.S. Eliot, che “combattono nella torre del capitano” per contendersi il trono della poesia moderna. Questo pezzo di 11 minuti e 19 secondi è considerato da molti il vertice assoluto del repertorio del musicista di Duluth.
Luigi Ghirri, uno dei padri della fotografia moderna in Italia, era ossessionato da Desolation row e da Dylan in generale. Collezionava dischi e registrazioni rare del cantautore, lo vide decine di volte in concerto, a casa lo faceva ascoltare spesso agli amici. Nel 1982 a un convegno a Udine il fotografo di Scandiano, morto nel 1992 a 49 anni, definì il brano che chiude l’album Highway 61 revisited “una delle più raggiunte descrizioni territoriali” di Dylan, facendo intendere che sentiva una forte connessione tra quella materia e i suoi scatti. Due anni dopo scrisse: “Ci sono sempre le nuvole nel cielo quando ascolto le canzoni di Dylan, e si compie l’incanto di una misteriosa ricomposizione, come se la sua voce e la sua musica fossero il miracoloso segreto per guardare nel mondo che ho di fronte”.













