Qui è dove si parla di un ulivo e di una magnolia, di un orologio che sembrava la luna. Della nebbia di Ravenna, di quel momento del giorno che in francese si chiama “fra il cane e il lupo”, quando distinguere è un istinto. Dell’anima, del vuoto che serve, dell’infanzia che non finisce mai, di uno scriba egizio. Dell’obbligo di vivere e di Lei, che è con lui da trent’anni.

Paolo Roversi ha gli occhi azzurro indaco, non bastano le lenti scure a nasconderli. Brillano dietro, intermittenti. Porta una camicia di jeans, fuma il sigaro, ha lasciato di sopra il bastone. Siede nel patio di legno e pietra del suo studio leggendario, lo Studio Luce di via “Paul Fort, poeta”, dice la lapide: quattordicesimo, Parigi. La casa è del 1930, è fatta di calce bianca e di vetro, scala a chiocciola vertiginosa, l’ha costruita un allievo di Le Corbusier, Marcel Zielinski, perché fosse l’atelier di un pittore. Nel patio ci osserva un ulivo regale, centenario. Roversi è più giovane, 78.

la modella Natalia Vodianova ritratta da Paolo Roversi nel 2003.

Le ore passano e la luce cambia, con la luce cambia quel che compare da bere: acqua, caffè, infine vodka. Anna, anche lei qui da trent’anni, custode di migliaia di negativi, progetti, segreti, sa di cosa c’è bisogno. Di sopra, insieme alle foto “fuori fuoco” che hanno fatto la storia della moda, ce n’è una della formazione del Bologna calcio. “Sì! Lo squadrone che “tremare il mondo fa”. Con la Fiorentina c’era il derby dell’Appennino. Era un grande momento, quando ero ragazzo”.