ROMA - Qualche volta succede di incontrare la Storia. Anche fuori dai musei. Bob Dylan è lì, entra nella stanza vestito come un gentiluomo del vecchio West. Nero e grigio. È invecchiato, ovviamente, ma il tempo gli ha ammorbidito il volto, che oggi è più ironico, asimmetrico, saggio di quanto fosse un tempo. Si siede davanti a noi sul divano della suite con espressione cortese, ma è intimorito, perplesso di fronte a qualcosa che non gli è familiare, malgrado tutti questi anni di musica: parlare di se stesso. Ogni ruga racconta un decennio, ma in mezzo a quel volto ombreggiato da ricci disordinati, ci sono due occhi celesti spaventosamente grandi e attenti, guizzanti come le finestre di una grande mente che lavora instancabilmente. Dylan si apre, ha voglia di parlare, arriva perfino a sorridere. Forse la sua è una vera e propria rinascita.

Ci sono molti libri pubblicati sul suo conto. Li ha letti?

«Non ne ho più letti dopo che uscì la biografia di Shelton. È difficile leggere di se stessi perché nella propria mente le cose non accadono mai in quel modo. Sembra tutto fittizio».

Non ha avuto la tentazione di scrivere su se stesso?

«Sì… in realtà lo sto facendo».