Dai primi accordi suonati al cospetto dell’idolo Woody Guthrie negli anni Sessanta al Nobel per la Letteratura del 2016, la storia di Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, è un alternarsi di contraddizioni, cadute e rinascite, armonie e contrasti.

In un gioco sfumato di verità e finzione, un alone di mistero avvolge la figura dell’artista, rendendo quasi inafferrabile la sua reale identità.

E così nel 2007 Todd Haynes – all’epoca già regista del dramma con Julianne Moore Lontano dal paradiso (2002) – decide di portare sullo schermo una biografia anomala del cantautore statunitense, costruendo la narrazione proprio attorno al carattere multiforme e sfuggente che da sempre ne contraddistingue l’immagine pubblica.

Haynes sceglie quindi sei grandi attori per interpretare sei versioni differenti del musicista, ciascuna espressione metaforica e visionaria di altrettante fasi della sua parabola personale e artistica.

Marcus Carl Franklin è il piccolo Woody Guthrie: il personaggio si riferisce alla passione giovanile di Dylan per la musica del leggendario cantante folk. Al contempo, Woody è simbolo delle avventurose biografie inventate dallo stesso Dylan sul suo passato.