Che giornata è oggi, 22 maggio? Quella in cui la comunità scientifica dedica ampio spazio alla riflessione sullo stato della vita sul pianeta: la biodiversità. Mentre le istituzioni di mezzo mondo sembrano far finta.Cos'è la dark diversity?L’attuale Giornata mondiale della biodiversità esiste dal 2000, da quando le Nazioni Unite tentarono di accendere un faro su una delle risorse essenziali del pianeta su cui abitiamo. In questo quarto di secolo è difficile dire se la ricorrenza simbolica abbia migliorato le cose, di sicuro però c’è che in questo stesso periodo la biodiversità oltre che raccontarla l’abbiamo ripensata. C’è un’idea ancora poco conosciuta che rende bene l’idea. Gli scienziati la chiamano biodiversità oscura (o in inglese dark diversity). L’idea è non badare più solo alle specie presenti o a quelle già estinte ma anche alle specie che potrebbero essere presenti in un dato luogo eppure non ci sono.Per capire l'importanza di questa “nuova” biodiversità bisogna confrontarla con quella che solitamente si misura, che è la alpha diversity, cioè il numero di specie presenti in un determinato ambiente naturale. Quando i biologi vanno sul campo e stimano le specie presenti in un bosco, per esempio, quello che trovano è questa alpha diversity. Il problema però è che questo numero non dice nulla su quante specie ci dovrebbero essere, in quel bosco. Un ambiente naturale può sembrare ricco se si guarda solo a ciò che contiene, ma risultare impoverito se si considera ciò che manca.Da poco più di un decennio la comunità scientifica insiste nel valutare questa nuova prospettiva: si incrociano dati su centinaia di migliaia di rilevamenti botanici per ottenere indici e modelli che ci dicano qual è, davvero, l’impronta umana delle aree naturali. I risultati dicono che nelle regioni con minima presenza umana in media il 35% delle specie vegetali ecologicamente adatte è effettivamente presente. Nelle regioni ad alta attività antropica, invece, la percentuale scende a meno del 20%. Il che significa che la presenza dell’uomo riduce del 15% la possibilità di biodiversità degli ambienti, ma significa anche un’altra cosa, che lì dove l'occhio vede ancora foreste, praterie, zone umide apparentemente intatte, la biodiversità reale può essere già compromessa. La vegetazione per esempio può sembrare intonsa ma potrebbe essere come un'orchestra che suona con metà degli strumenti mancanti.Un prato nello stato di Mecklenburg-Vorpommern, in Germania, in primavera