Nappo*
La modernità ha trasformato la felicità in un imperativo morale. Non la considera più una possibilità dell’esistenza, ma quasi un dovere. Si pretende di essere soddisfatti, realizzati, appagati, sereni. Sempre. E quando ciò non accade, si diffonde l’idea che vi sia qualcosa di problematico nelle persone: una fragilità, un’incapacità, un’inadeguatezza da correggere in particolare nei giovani e negli studenti. Eppure poche riflessioni risultano tanto controcorrente quanto quella formulata da Sigmund Freud secondo cui la felicità permanente non appartiene alla struttura dell’esperienza umana (...) La felicità, in questa prospettiva, non è una condizione stabile, ma una parentesi. Comprendere questa verità significa accettare una dimensione essenziale dell’esistenza: l’essere umano non vive nella pienezza, ma nella tensione continua verso qualcosa che gli manca. È la mancanza a muovere il desiderio; è il desiderio a muovere l’uomo. Questa visione appare oggi particolarmente necessaria per comprendere il disagio di molti adolescenti. Gli studenti contemporanei crescono immersi in una cultura che ha progressivamente abolito la legittimità della frustrazione. I social network, la comunicazione pubblicitaria, il modello consumistico e persino certa retorica educativa propongono un’immagine distorta dell’esistenza: quella di una vita che dovrebbe essere costantemente gratificante. Non appena sperimentano tristezza, disorientamento, noia o senso di incompletezza, i giovani tendono a interpretare tali vissuti non come elementi fisiologici della crescita ma come prova di un proprio fallimento personale. La scuola, allora, dovrebbe insegnare che la vita non coincide con il piacere continuo e che il benessere autentico non consiste nell’eliminazione di ogni sofferenza, bensì nella capacità di attribuirle significato.








