Elogio del senso di colpa, una “bussola morale” che spinge a capire se si è compiuto un danno e a cercare di riparlarlo. Rende l’uomo più etico e responsabile. Ma oggi sta morendo, perché pensiamo solo al nostro tornaconto personale, ignorando le esigenze altrui. Se non c’è rispetto dell’altro non è possibile essere felici e vivere in armonia. Ne è convinto lo psichiatra Vittorino Andreoli, che, nel suo ultimo libro: I paradossi dell’esistenza (Piemme editore), descrive le antinomie fondamentali che governano la mente e la società.
Parlando di colpa e vergogna, di piacere e dolore, di comprensione e giudizio, lo psichiatra racconta la fragilità umana come forza che non può vivere in solitudine. “Se una società perde il senso di colpa – spiega – diventa meno etica. Ma non mi riferisco al senso di colpa eccessivo, spesso legato a una rigida educazione religiosa come accadeva in passato, ma di quello costruttivo che crea un mondo più giusto ed è alla base della una convivenza sociale”.
Professor Andreoli, lei dice che oggi la colpa è stata sostituita dalla vergogna. Qual è la differenza?
"La colpa sta morendo. Parliamo di un malessere che si percepisce se si compiono azioni contro il proprio valore, le proprie convinzioni. Si tratta di qualche cosa che è dentro di noi. Quando ci sentiamo in colpa, perdiamo l’autostima, come se avessimo tradito il nostro essere. Nella vergogna, invece, emerge un disagio non per le nostre azioni ma per la paura di essere scoperti. La dinamica che emerge è nei confronti dell’altro. La vergogna spinge alla falsificazione, fa arrossire, mentre la colpa fa impallidire. La società attuale è quella della vergogna”.








