Siamo sincere: ci sono amiche che alla domanda «Come va?» inanellano perle di pessimismo cosmico alla Leopardi, citando mancanza di amore e/o di sesso, soldi, salute, tensioni con figli e nuore, fino ad avventurarsi nella geopolitica prefigurando scenari orwelliani. Poi ci sono le altre amiche, quelle dal cuor contento per nascita o per formazione, professioniste della leggerezza, della felicità e dell’ironia, che magari hanno anche dei problemi, eppure non smettono di guardare al mondo come a una sorpresa di bellezze. Due visioni della vita, Lamentose contro Positive.
E tutto ciò al di là delle situazioni oggettive, cioè della realtà contingente, che porterebbe a essere angosciate e avvilite, oppure fiduciose e attive. Un’attitudine. Un modus vivendi. Un aspetto caratteriale ineludibile. Un’eredità della propria storia familiare. E se le donne sono più elaborate e più “incasinate”, l’arte di vedere il bicchiere mezzo pieno sembra prescindere dal sesso. Uomini brontoloni e vittimisti, oppure fattivi e propositivi, dispensatori di allegria.
Felicità, a vedere il bicchiere mezzo pieno s’impara
Il punto è che non si è ancora capito bene se sia responsabilità della genetica, dell’educazione ricevuta, del vissuto o del presente. E soprattutto se è un’arte da imparare, se cioè ci si può “esercitare” a guardare il bicchiere mezzo pieno concentrandosi su ciò che si ha, rispetto a ciò che manca. Pieni e vuoti.








