«I think he was praying, but I don’t know». Credo che stesse pregando, ma non lo so. Così, davanti al bar interno della Corte penale internazionale dell’Aia risponde una delle guardie in divisa che per tutti e tre i giorni di udienza preliminare di questa settimana sono state sedute di fianco al generale Al Buti, o «mister Khaled Mohamed Ali Al Hirshi» come lo chiamano gli avvocati che ha nominato dopo il suo arresto avvenuto un anno fa in Germania. La domanda era se l’uomo accusato di diciassette tra crimini di guerra e contro l’umanità per il suo operato nel carcere di Mitiga, in Libia, avesse per caso detto qualcosa. Dall’alto della tribuna riservata al pubblico, a un certo punto, durante l’intervento della rappresentante delle vittime Paolina Massidda, sembrava stesse muovendo le labbra. Parlava tra sé e sé.

LA SUA VERSIONE della storia, eventuali preghiere a parte, ancora non esiste, comunque. Sappiamo la versione della procura: Al Buti, insieme al suo socio Osama Almasri e al comandante in capo della Rada Abdelraouf Kara, si è reso responsabile di violenze, torture, stupri e omicidi nei confronti di 945 persone tra il 2015 e il 2020. Il collegio difensivo guidato dall’avvocato egiziano Yasser Mohamed Ahmed Hassan, nella sua richiesta di cassare l’udienza preliminare e non consentire l’inizio del dibattimento, non hanno fatto poi moltissimo per smentire quanto riportato nei capi d’accusa. Cioè non hanno praticamente detto nulla sulle testimonianze raccolte il 15 anni di indagini.