La salute in Italia non è un bene distribuito in modo uniforme, ma un privilegio fortemente influenzato dalla geografia e dal livello d’istruzione. L’ultimo Rapporto Annuale dell’Istat scatta una fotografia spietata del sistema Paese, mettendo a nudo disuguaglianze profonde che si traducono, nei casi più estremi, in anni di vita perduti. Il benessere e la longevità dei cittadini rimangono strettamente ancorati al titolo di studio conseguito, tracciando una faglia sociale che penalizza chi ha avuto meno accesso alla formazione. A questo divario culturale si somma poi una frattura territoriale storica, che vede il Mezzogiorno e la Calabria schiacciati da un sottofinanziamento cronico delle strutture sanitarie e assistenziali proprio laddove il bisogno della popolazione è più acuto.
Chi studia vive di più: l’istruzione come indicatore di sopravvivenza
I dati demografici elaborati dall’Istat mostrano come il livello di scolarizzazione incida direttamente sulla salute quotidiana e sulle prospettive di sopravvivenza della popolazione adulta. Nel 2025, tra i cittadini dai 25 anni in su, la coesistenza di più patologie croniche nello stesso individuo tocca il 25,2% tra chi possiede al massimo la licenza media, mentre la percentuale scende al 22,6% tra chi è andato oltre il diploma superiore. Lo stesso divario si riproduce sul fronte delle disabilità e delle limitazioni nelle attività quotidiane, che colpiscono il 26,2% delle persone meno istruite contro il 21,8% dei laureati.















