Le malattie cardiovascolari, prima causa di morte anche in Italia, non sono ancora sotto controllo per l’estrema difformità di risultati tra un’area e l’altra del paese. Se nel complesso negli ultimi venti anni la mortalità si è ridotta nettamente di ben il 70%, la forbice tra Sud e Nord è invece aumentata con uno svantaggio per le regioni meridionali in termini di maggiori ricoveri (tranne quelli per ictus nel 2020), decessi, migrazione sanitaria e stili di vita.
Il bilancio in termini di anni di vita persi, malgrado il miglioramento complessivo degli esiti negli ultimi due decenni, è pesante: le malattie del sistema circolatorio - ischemiche e cerebrovascolari - contribuiscono ancora oggi al 20% negli uomini e al 16% nelle donne degli anni persi in totale dalla popolazione. Anche qui con valori che restano comunque più alti nel Sud e nelle Isole.
A tracciare il quadro è il secondo rapporto del Gruppo di Lavoro su equità e salute nelle Regioni dell’Istituto superiore di sanità. «Le variazioni regionali - spiega il presidente Iss Rocco Bellantone - dipendono dalla prevalenza delle condizioni a rischio, dalla disomogeneità dei modelli assistenziali e dalle risorse organizzative presenti nel territorio. Ho voluto questo gruppo di lavoro con la speranza che i dati possano essere molto utili per elaborare strategie che riescano a mitigare le disparità regionali nell’accesso all’assistenza sanitaria, di gran lunga il problema principale della sanità nel nostro paese».






