Nell'opera, la cui prefazione è di Guido Crosetto, la passata vita dei due autori come uomini di sinistra con il contorno di alcune riflessioni più generalidi Lodovico Festagiovedì 21 maggio 20265' di letturaChicco Testa e Claudio Velardi hanno inventato in Siamo stati iscritti al Pci (Edizione Liberi Libri, prefazione di Guido Crosetto, postfazione di Sergio Scalpelli) un modo intrigante per raccontarci la loro passata vita da comunisti italiani e quella da post comunisti dopo il 1991: sui vari passaggi della loro impegnate biografie politiche si scambiano infatti una sorta di lettere/appunti/mail che spiegano, questione dopo questione e interloquendo tra loro, quel che è a successo agli autori del libro con il contorno di alcune riflessioni più generali. Qualche volta leggendo il testo, in sé ricco di autoironia, si ha la sensazione di scorrere le testimonianze degli indigeni intervistati da un Claude Levy Strauss o da una Margaret Mead: così quando si spiega come sono entrati nella “tribù” dei comunisti italiani (quando scoprono il fascino di una comunità di persone normali rispetto al caos della Statale di Milano dove studia Testa e a Servire il popolo, frequentato da Velardi, dove gli si proibiva il vizio borghese di mangiare un gelato). I riti di passaggio (la vendita dell’Unità, le campagne elettorali). Le iniziazioni necessarie per assumere un ruolo nella comunità (l’arte del comizio che rivela, come dicono loro stessi, Chicco come «una pippa» e Claudio «un saccente noioso»). Le procedure liturgiche (i riti di sottomissione al partito: il più tipico quello di essere chiamati a spiegare e confermare pubblicamente un punto della linea del partito su cui si è espresso un dubbio). Il tabù fondamentale dell’identità. Le cerimonie necessarie per sacralizzare la militanza (i viaggi all’Est: la vodka bevuta da Velardi con «i giovani comunisti bulgari» e gli incontri di Testa con i cinquantenni capi della gioventù comunista sovietica, il Komsomol)).Biagio de Giovanni, l'intellettuale marxista che rinnegò il comunismo«L'autore si considera un apolide della sinistra». Così scriveva nel 2009 in A destra tutta. Dove...Ai ricordi della vita nel Pci segue, poi, la descrizione della lunga disgregazione dopo l’89 (la caduta del muro di Berlino), il ’91 (lo scioglimento dell’Urss e la fondazione del Pds), il ’92 (Mani pulite, con la copertura del giustizialismo da parte di Botteghe Oscure, il peccato fondamentale -secondo Velardi- della nuova fase). Insistendo sulla metafora delle testimonianze antropologiche, si potrebbe dire che la tribù passa dal Mato Grosso amazzonico (dove la comunità aveva una vita dura ma non priva di felicità) a una favela di Rio de Janeiro: con un’esistenza astrattamente più libera ma concretamente spaesante.
Gli errori e la sconfitta della tribù comunista | Libero Quotidiano.it
Chicco Testa e Claudio Velardi hanno inventato in Siamo stati iscritti al Pci (Edizione Liberi Libri, prefazione di Guido Crosetto, ...









