Caro Chicco, in queste chiacchierate stiamo parlando di “come eravamo”, con molto rispetto verso il mondo da cui veniamo, che in fondo è rispetto per noi stessi e la nostra storia. Peraltro siamo entrambi consapevoli che i ricordi sono filtrati dall’evoluzione successiva delle nostre idee, e quindi, forse, tendiamo oggi ad accentuare nelle ricostruzioni gli aspetti critici o a forzare certi episodi. Insomma – perché non dircelo – anche noi possiamo restare prigionieri di alcuni dei tanti bias della memoria.
Da quello della coerenza, che ci fa adattare il passato a come la pensiamo oggi, a quello di conferma, che seleziona solo i ricordi utili a sostenere le nostre idee attuali, alle informazioni fuorvianti, quando cose apprese successivamente si infilano nei ricordi come se ci fossero sempre state, alla confabulazione, che serve a riempire i vuoti della memoria con dettagli plausibili ma falsi. E così via.
La memoria – come è noto – è sempre un racconto, e in quanto tale un illusorio specchio deformante. Ma che dire di quelli che pretendono di “bloccare” la memoria idealizzandola, trattando il passato come un moloch indistruttibile? Ancora qualche giorno fa ho sentito ripetere a Bersani una famosa frase detta da Berlinguer in un’intervista mi pare del 1982 («Sono rimasto fedele agli ideali della mia gioventù»), concetto che a sentirlo pronunciare suona nobile, accarezza gli animi, e colloca subito chi lo espone enfaticamente dalla parte giusta, dei “coerenti”, delle persone tutte d’un pezzo. Che cosa c’è di più bello che essere fedeli a qualcuno o a qualcosa?










