Non era una semplice «comunità», come i reduci di quella stagione, tra cui Chicco Testa e Claudio Velardi, autori di questo Siamo stati iscritti al Pci, sono soliti descriverla: il Pci è stato, più in grande, il tentativo di sostituire all’Italia reale un’Italia fantastica, immaginaria.
Una Disneyland di lavoratori sempre in marcia o, meglio ancora, una Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, il mondo (suscitato da qualche vago ma attizzante accenno in un volume d’enciclopedia) di cui si racconta la storia nella novella di Borges.
Il Pci, più che un partito è stato una letteratura
Inesistente, una chimera, il Pci era stato suscitato, come succede con tutte le religioni, da un abracadabra letterario, altrove i Vangeli o il Corano, nel suo caso le pagine del Manifesto del partito comunista, i titoli dell’Unità, i bollettini sindacali, i tascabili degli Editori riuniti comprati a rate e letti (quando e se) con crescente perplessità, i volantini ciclostilati in sezione con le frasi più significative in grassetto maiuscolo sbavato d’inchiostro, le Edizioni in Lingue Estere di Mosca, Bucarest, Berlino est, L’Avana, Varsavia.
Non era un partito, in effetti, ma letteratura, o meglio fantascienza, per di più distopica: la Terza Via, il Compromesso Storico, il Vietnam Libero, i Partigiani della Pace, l’Egemonia, la Resistenza tradita, il Campo Socialista. Ogni tessera di partito era una porta dimensionale da videogame attraverso la quale si poteva accedere a quest’altra Italia, l’Italia parallela della democrazia «sostanziale», del teatro di Brecht in edizione Einaudi, del cameratismo, delle fughe gosciste in avanti, degli (orribili) film dei Fratelli Taviani.








