Ho letto "Siamo stati iscritti al Pci" di Claudio Velardi e Chicco Testa. L’ho letto con un sentimento particolare. Perché io ho vissuto dentro al Pci. Ne conosco l’odore. Le sezioni fumose. Le Feste dell’Unità. Le riunioni che finivano a notte fonda. Le discussioni feroci e l’idea, quasi religiosa, che la politica fosse una cosa seria.

Per uno che veniva dall’estrema sinistra, come me, iscriversi al Pci significava entrare nelle istituzioni. Accettare la società, pur sapendo ingiusta, come un terreno che si poteva cambiare con gli strumenti della democrazia, non con la violenza. Stare nel Pci significava una cosa precisa: pensare di essere dalla parte giusta della storia, dalla parte dei deboli, della giustizia sociale, della libertà per i giovani e per le donne. Non aveva nulla a che fare con l’Unione Sovietica. Non eravamo comunisti italiani. Eravamo i ragazzi di Berlinguer.

È da quella stessa generazione che è uscita una classe dirigente intera. Gente che ha amministrato città, scritto giornali, guidato aziende. E che poi, in larga parte, ha scelto stadi diverse solo apparentemente opposte

Per questo il libro ti tocca profondamente perché racconta una generazione che ha avuto il coraggio di guardarsi allo specchio. E di farsi una domanda scomoda. Che cosa succede quando la fedeltà a un’idea diventa più importante della realtà?