Onestamente non sono riuscito a capire bene quale sia la sostanza della critica che Roberto Della Seta rivolge al carteggio, leggero ed ironico nei toni, ma pesantuccio nella sostanza, che io e Claudio Velardi abbiamo pubblicato nel volume Siamo stati iscritti al Pci (Liberilibri edizioni).
Ho quasi l’impressione che il nostalgico sia lui nella descrizione del suo album familiare fatto di comunisti, a cominciare dai suoi genitori, gente per bene, intelligente e affascinante. Oppure, pare di capire, avremmo dovuto denunciare con più forza il carattere mistificatorio di quella falsa promessa. La promessa di un partito fintamente democratico, ma stalinista nel Dna. Né si capisce l’acrimonia verso l’unica corrente del Pci che cercò di far transitare il Pci verso un saldo ancoraggio socialdemocratico. I cosiddetti miglioristi o riformisti, la cui guida ispiratrice viene indicata in Giorgio Napoletano. E la cui politica viene sinteticamente bollata come di destra o addirittura reazionaria.
Posso rassicurare Della Seta su una cosa. Stalinisti non lo siamo proprio mai stati, né io né Velardi. Ci siamo accostati al Pci nell’epoca degli anni migliori di Enrico Berlinguer: quelli delle quattro mosse che ricordo più volte nelle mie lettere. Il compromesso storico, l’intervista con Giampaolo Pansa in cui dichiarava la sua preferenza per l’ombrello della Nato, il suo discorso di fronte ai bonzi comunisti di tutto il mondo in cui affermava, in un silenzio glaciale, il carattere universale della democrazia e del pluralismo, la rinuncia ad ogni forma di finanziamento proveniente dall’Unione Sovietica.








