di Pietro Senaldivenerdì 15 maggio 20264' di letturaQualcuno è rimasto comunista. Era tutto già scritto nei “Quaderni dal carcere”, del teorico fondamentale del gran partito, Antonio Gramsci. Quando una forza politica arriva a una fase di crisi organica, perdendo il radicamento sul territorio e i propri principi fondanti, ecco che cede alla sudditanza verso una potenza straniera o a un gruppo di interessi economici. La grande marcia della sinistra italiana verso la Cina è iniziata proprio con l’Ulivo, quando i compagni hanno dovuto constatare il crollo dell’Unione Sovietica e cercare dove attaccare cappello altrove. E non è un caso se i due protagonisti di quegli anni, poco formidabili, Massimo D’Alema e Romano Prodi, siano oggi i maggiori sponsor della dittatura di Pechino. Ognuno con il suo stile: sfacciato e con educata arroganza il primo, curiale e con pensosa tigna il secondo. Complimenti alla diplomazia del Dragone, che ha trovato la formula per farli andare d’accordo.La visita di Donald Trump al presidente a vita Xi Jinping, per editto personale, ha esaltato il nutrito partito cinese d’Italia. «Mi auguro che la Cina, una forza tranquilla che sta cercando di garantire stabilità al pianeta, faccia da freno a quel flagello che è il capo della Casa Bianca», ha confessato bel bello l’ex leader Massimo in tv a Tommaso Labate, a Realpolitik su Rete4, neanche parlasse del Papa. Nello scontro tra la prima potenza dell’Occidente e il regime più infido e pericoloso, il fu segretario dei Ds si è schierato definitivamente: «Pechino è ormai la maggiore potenza economica al mondo, chi (sottinteso, come me; ndr) ha un dialogo con lei, è utile al nostro Paese». Tanti saluti ai ragazzi di Piazza Tiananmen, ma a questo punto anche ai 24 milioni di abitanti di Taiwan, che la “forza tranquilla” vuole annettere, sotto minaccia di scatenare una guerra mondiale, come ha detto ieri Xi Jinping. Sorge spontanea la domanda, inevasa, con chi davvero abbia un dialogo D’Alema a Pechino e per fare cosa; non è curiosità, ma interesse nazionale, visto che l’ex premier afferma di potere con i suoi rapporti dare una mano al Paese.Le spine del campo largo e il 25 aprile antisemitaLe vicende legate alla celebrazione del 25 aprile del 2026, che comprendono una isolata ma criminale aggressione contro ...Più chiare invece le relazioni con il Dragone di Prodi, fan altrettanto tenace, ma ancora aderente ai principi di realtà, nel non descrivere la Cina come nazione affabile e tutto sommato più affidabile degli Stati Uniti. Il professore ha collaborato per anni con l’International Business School di Shanghai ed è di casa nella terra del Dragone, dove era anche lo scorso dicembre in occasione della Conferenza Internazionale organizzata dal governo per autopromuoversi. «Lo sviluppo e la trasformazione della Cina, nell’industria e nella tecnologia, sono straordinari» ha smarchettato con sincerità il fondatore dell’Ulivo. Da commissario Ue, Romano non è riuscito a costruire l’Europa, ma oggi si dice certo che «bisogna aprire una nuova fase di relazioni intese tra Unione e Cina». Quanto all’altro protagonista del vertice di Pechino, quello a capo della più grande potenza occidentale, per Prodi è una minaccia per la democrazia nel mondo e un fattore di instabilità globale. Mica come quel buontempone di Xi Jinping, che sostiene che i diritti umani vadano valutati in base allo sviluppo economico e sociale di un Paese; ma non spiega come mai, più il suo Paese progredisce economicamente, più feroce è la repressione del dissenso e maggiore è il controllo sui cittadini.Ci si potrebbe consolare con il fatto che D’Alema e Prodi ormai sono il passato in politica e nell’Unione non sono più ascoltati, anche se entrambi hanno una ragnatela di relazioni capillare e solida nel sistema di potere nazionale, mentre Mario Draghi, che invece ancora conta parecchio, ha messo in allerta proprio ieri sul fatto che per l’Europa «la Cina non è un’alternativa agli Stati Uniti». Senonché il partito del Dragone vanta un nutrito numero di affiliati, tra politici, professori e lobbisti, ciascuno con il proprio tornaconto. Una delle prime mosse di Giorgia Meloni, arrivata al governo, fu lasciare decadere la Via della Seta, il trattato capestro che Giuseppe Conte siglò nel 2019 con il quale, a fronte di vaghi impegni di Pechino ad aumentare l’import di prodotti italiani, il nostro Paese si impegnava a diventare terra di conquista per infrastrutture, logistica e concessioni cinesi. Fummo il solo Paese del G7 a cadere nella rete. Il volto tecnico dell’operazione fu Michele Geraci, ai tempi sottosegretario allo Sviluppo Economico e oggi professore a Shanghai e Hong Kong, che si avvalse di una fitta rete di consulenti economici e funzionari ministeriali tutti pronti a tornare a remare nello stesso verso, in caso di necessità.La retromarcia innescata dal governo Meloni non è bastata tuttavia a disinnescare la sistematica opera di penetrazione del regime in Italia, fatta di accordi con università, operatori dell’informazione, fondazioni, associazioni industriale. Se in patria il regime si mantiene con il pugno duro, all’estero utilizza il cosiddetto soft power, ma l’obiettivo è il medesimo: il dominio economico e politico del mondo. Chi teme Trump, non ha capito chi è Xi Jinping e che il suo esercito è ben più numeroso di quello di The Donald, soprattutto perché la parte più pericolosa non è in divisa.Il Pd ha tradito la lezione di MoroA quattro giorni dall’ennesimo e pur sempre doloroso anniversario- il 48°- di quella morte orribile e dolorosa...
Prodi, D’Alema e Conte: le manovre per consegnare l'Italia alla Cina | Libero Quotidiano.it
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