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«Italia alla pechinese», titolava ieri Il Tempo con amara ironia. No, amici lettori: non era solo una polemica politica verso tre ex premier (Prodi, D’Alema, Conte), verso tre quotidiani (Corsera, Stampa, Repubblica), e verso una galassia di poteri e forze organizzate che sembrano a volte più sensibili all’interesse geopolitico di Pechino che a quello italiano. No: c’è anche una ricaduta economica più diretta sudi noi, sull’industria italiana, sui posti di lavoro che possono saltare, sui settori che rischiano di essere messi in ginocchio. L’avete vista la vicenda dell’Electrolux, con l’azienda scandinava di elettrodomestici che minaccia nelle Marche 1700 licenziamenti? Una mazzata terribile: ma occorre raccontare che l’attuale proprietà è già pronta a vendere ai cinesi. I quali cinesi (approfittando degli errori europei: dallo sciagurato Green Deal agli Ets) si sono prima trovati in una situazione di superiorità energetica, e ora anche in una condizione di vantaggio produttivo. Le loro imprese (che non hanno vincoli né salariali né sindacali, e che usano allegramente il carbone, altro che ambiente... ) sfornano prodotti a costi irrisori. E di conseguenza sono irrisori anche i prezzi di quelle merci.