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Ultimo aggiornamento: 7:54

di Francesco Valendino

C’è una scena, nei vecchi film di gangster, in cui il boss e il capoclan rivale si chiudono nella stanza del retrobottega per spartirsi i quartieri, mentre i picciotti che fino a cinque minuti prima si scannavano in strada restano fuori, al freddo, con la pistola in mano e l’espressione vagamente inebetita di chi non ha capito che la festa è finita. Ecco, quella faccia lì, oggi, è la faccia dell’Unione Europea.

Mentre Washington e Mosca apparecchiano il tavolo per la Yalta 2.0, ridisegnando i confini dell’Ucraina e le sfere d’influenza del prossimo decennio, a Bruxelles regna il silenzio imbarazzato dei “cornuti e mazziati”. Per anni, i nostri lungimiranti strateghi – da Frau Ursula von der Leyen al prode Josep Borrell (quello del “giardino” circondato dalla giungla, ricordate?) – ci hanno spiegato che bisognava immolarsi sull’altare dell’atlantismo più cieco, sordo e soprattutto muto. Ci siamo legati mani e piedi alla gestione Biden, appiattendoci su una strategia che prevedeva la “vittoria totale” e il crollo della Russia, senza avere un piano B, e nemmeno un piano A che non fosse dettato dalla Casa Bianca.