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Ultimo aggiornamento: 8:00 del 23 Settembre
Avrei imbarazzo e un’emozione di profonda vergogna se oggi incontrassi Giancarlo Siani, cronista, 26 anni per sempre, ucciso 40 anni fa da un gruppo di fuoco di un clan della camorra affiliato a Cosa Nostra. Un omicidio di mafia camorrista per fermare un cronista che riusciva a mettere insieme le tessere, ricomporre i puzzle e raccontare la metamorfosi del potere.
Ancora oggi rileggendo i suoi articoli, non solo quelli che trattano vicende di camorra e cronaca nera, sembra esista un sottotesto, un ‘non detto’ che sussurra, guida, accompagna verso qualcosa a cui non avevi pensato. Gli scritti di Giancarlo Siani erano pericolosi perché indagavano le contraddizioni, scandagliavano, descrivevano quelle saldature, le cerniere dei poteri dove criminalità, mala politica, economia e finanza predatorie e affari sporchi – allora come oggi – si uniscono determinando e condizionando la vita delle comunità.
I suoi pezzi non erano pubblicati in prima pagina sul quotidiano il Mattino ma nelle pagine dedicate alla provincia, con lunghezze e spazi variabili e quasi sempre ‘nascosti’. Articoli dalla prosa semplice, pieni di accadimenti e particolari, stile rigoroso, senza aggettivi, senza giri di parole, senza fronzoli. Fonti, verifiche minuziose e scarpe con le suole consumate.









