Napoli - Il 23 settembre 1985, a Napoli, la camorra uccide Giancarlo Siani, cronista del quotidiano il Mattino, con dieci colpi alla testa di calibro 7.65, mentre, al volante della sua Citroën Mehari di colore verde, rientra nella sua casa nel quartiere dell’Arenella. Siani ha compiuto da pochi giorni 26 anni e si è guadagnato la condanna a morte per aver illuminato i rapporti tra cosche e politica nella Campania della ricostruzione post-terremoto dell’Irpinia, e per aver dato conto dei retroscena dell’arresto del boss Valentino Gionta, “venduto” ai carabinieri dai Nuvoletta quale prezzo di un patto di non belligeranza con il clan di Antonio Bardellino.

Da quel settembre dell’85, sono passati trentacinque anni. Un tempo sufficiente non solo per tornare a raccontare quella storia ma anche e soprattutto per chiedere conto di cosa ne è stato e ne è della sua eredità materiale e simbolica in un Paese dove le mafie si preparano ad aggredire il fiume di risorse e denaro pubblico che deve portarci fuori dalla devastazione di pandemia senza precedenti.

Trentacinque anni dopo, le grandi organizzazioni criminali hanno un unico volto. Camorra, Cosa nostra, ’ndrangheta si somigliano sempre di più. Uniformate le priorità, evitano gli omicidi eccellenti, lavorano nell’ombra, investono insieme per miliardi di euro. Infiltrano e intossicano l’economia e la politica anche oltreconfine.Trentacinque anni dopo, Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, ricorda così Giancarlo Siani, il cronista coraggioso assassinato dalle cosche campane legate ai corleonesi: «forse tanti giovani non sanno che Siani, a dispetto della sua giovanissima età, è stato un maestro. Sapeva andare oltre la superficie», riflette, pensando al presente.