«Nelle grotte mappate c'è sempre un cartello con un teschio e una scritta chiara: non andare oltre questo limite senza uno specifico brevetto». A Dhekunu Kandu, invece, quel limite non esisteva. Nessuna cartina, nessuna mappatura ufficiale, solo cunicoli sommersi che si infilano nel buio oltre i sessanta metri di profondità. È da qui che parte una delle ipotesi più forti sulla morte dei cinque sub italiani avvenuta giovedì scorso alle Maldive: uno smarrimento progressivo dentro la grotta, aggravato da attrezzature non adeguate per un'immersione speleosub, compresa la mancanza di torce per tutti.

Ieri il team finlandese di Dan Europe ha completato il recupero degli ultimi due corpi, quelli di Giorgia Sommacal, 23 anni, e della ricercatrice Muriel Oddenino, 31. Prima ancora erano stati recuperati Monica Montefalcone, docente associata di Ecologia marina all'Università di Genova e il suo ex studente Federico Gualtieri. Mentre il corpo di Gianluca Benedetti, il capobarca della spedizione della Duke of York, era riemerso il primo giorno. Oggi i tre speleosub torneranno ancora una volta laggiù: sarà l'ultima immersione della missione. Dovranno rimuovere sagole guida e attrezzature utilizzate durante i recuperi, ma anche tentare di mappare la grotta e consegnare informazioni utili alle autorità maldiviane. Un lavoro fatto senza compensi. «I tre finlandesi non hanno chiesto di essere pagati», racconta Cristian Pellegrini di Dan Europe, l'organizzazione che ha coordinato la missione insieme all'ambasciata italiana e alle autorità maldiviane. «Noi come fondazione no profit abbiamo coperto tutte le spese operative ai tre esperti e diverse istituzioni starebbero valutando un riconoscimento ufficiale per il coraggio dimostrato da Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist». La priorità era riportarli a casa, dicono i tre, in maniera dignitosa: «Un pensiero va alle famiglie. Non siamo eroi, siamo solo subacquei». Ma mentre le salme rientrano in Italia e la Procura di Roma apre un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti, emergono dettagli che non tornano. «Non credo che quella fosse una grotta particolarmente pericolosa - racconta Pellegrini, che ha seguito le operazioni a distanza, in continuo collegamento con il team operativo - ma senza attrezzature adeguate è un attimo perdere l'orientamento». Il riferimento è soprattutto alle torce. Secondo i primi rilievi solo due delle vittime ne avevano una con sé. Ma nelle immersioni speleosub la regola impone almeno tre fonti di luce per ogni subacqueo. Perché dentro la grotta, spiegano i soccorritori, quella naturale sparisce completamente già dopo i primi metri. «La prima camera, detta caverna, è ancora luminosa, ma la vera grotta inizia quando non vedi più l'uscita». Da lì si passa attraverso cunicoli stretti, profondi, pieni di sedimento. «Il team ha trovato un passaggio largo circa tre metri e lungo una trentina che conduceva a una cavità completamente chiusa». È proprio nella terza camera che i corpi sono stati ritrovati, vicini tra loro e lontani dall'uscita. «Erano in una cavità molto simile a quella che porta fuori. Forse pensavano di aver trovato la strada». Secondo quanto ricostruito dai soccorritori, Monica Montefalcone indossava una muta corta, più adatta a immersioni tropicali ricreative che a una lunga permanenza in una caverna profonda. «Abbiamo trovato attrezzatura ricreativa, non da speleosub», conferma Pellegrini. Restano poi i dubbi sulle sagole guida, il cosiddetto filo d'Arianna indispensabile per orientarsi nel buio. «I nostri sub hanno trovato una situazione molto confusa: spezzoni di sagole sparse qua e là, probabilmente lasciate dai primi soccorritori maldiviani o da precedenti esplorazioni». Anche Sami Paakkarinen smentisce l'ipotesi del risucchio provocato dalle correnti. «La grotta respirava, c'era una leggerissima corrente, ma non abbastanza forte da trascinare qualcuno». Per i soccorritori, l'ipotesi più verosimile resta quella di un disorientamento improvviso nel buio, forse aggravato dalla mancanza di luce o dall'assenza di una linea guida continua verso l'uscita. I tre finlandesi intanto hanno lavorato per tre giorni incessantemente con rebreather a circuito chiuso, miscele Trimix, scooter subacquei e sistemi di sicurezza ridondanti. Ogni immersione è durata circa tre ore. Ora saranno le autopsie e l'analisi dell'attrezzatura recuperata a raccontare cosa è successo davvero in quei cunicoli. La Procura di Roma acquisirà le GoPro trovate sul fondo e i computer subacquei dei cinque italiani per ricostruire la tragedia. La prossima settimana verrà eseguita l'autopsia sul corpo di Gianluca Benedetti, già rientrato in Italia. Poi, una dopo l'altra, anche le altre salme torneranno a casa.