Alcesti e Antigone, uscite dall’immaginazione e dal genio drammaturgico di due dei più grandi tragediografi antichi, Euripide e Sofocle, circa duemilacinquecento anni fa, parlano alle donne e agli uomini di oggi dal teatro di Siracusa, dove si è inaugurata da poco la 61esima stagione promossa da Fondazione Inda (Alcesti in coproduzione col Teatro Stabile del Veneto). Lo fanno attraverso la sensibilità di Filippo Dini e di Robert Carsen, registi rispettivamente dell’una e dell’altra, ma anche di ogni singolo interprete ed è così che viene restituita, soprattutto in Alcesti – tragedia prima d’ora sempre un po’ sacrificata, forse perché incompresa nel suo lieto fine – la complessità dell’umano sentire in quel nodo inestricabile che ci vede fatti di amore, paura della morte, desiderio di affermazione e dominio, ma anche, e sempre, soggetti alle leggi del mondo terreno così come della coscienza (gli antichi avrebbero detto: degli dèi).Da una parte c’è Alcesti, che accetta di morire al posto del marito Admeto (Apollo così lo premia per l’ospitalità ricevuta) per il quale nessun altro intende sacrificarsi. Dall’altra c’è Antigone, che infrangendo l’editto emesso da re Creonte suo zio, decide di seppellire il fratello Polinice, caduto combattendo per riconquistare il trono della città di Tebe difeso dall’altro fratello, Eteocle, cui però viene data sepoltura. Come Alcesti, anche Antigone in questo modo consegna ad altri la sua propria vita.Amore e morte o forse, meglio, morte per amore; potere maschile contro pietas femminile; le leggi della coscienza – o degli dèi che dir si voglia – contrapposte alle leggi della pólis, cioè degli esseri umani: sono queste le dicotomie che attraversano i due testi antichi e giungono a chi siede sui gradoni di Siracusa con l’urgenza di domande a cui è necessario rispondere ora.Alcesti si svolge dentro una muscolosa villa di marmo nero, con stanze guardaroba, piscina (che però appare anche come fonte di battesimo e di morte) e palestra per il fitness – zeppa di servitrici – e dominata da un uomo, Admeto (un umanissimo Aldo Ottobrino) ch’è cieco: lascia andare la sua Alcesti (Deniz Özdogan, tanto minuta quanto potente) senza sapere che ne pagherà il fio. Nell’attimo estremo, quando attaccata a una flebo non si regge più, lui la possiede con un bacio di vita e di egoismo che quasi l’oltraggia; la sua anima, quando il corpo è ormai raccolto nel sudario – replicato dalla figlia con la sua bambola giocattolo e poi da tutti gli intervenuti al funerale – è stuprata dai cani di Thanatos: il maschile non rinuncia a nulla. Ma sono le donne del coro, servitrici e popolane, “a risvegliare – spiega il regista Dini – in una sorta di danza liberatrice, così come accade nella tarantella di Nora di Casa di bambola, una presa di consapevolezza femminile, che non a caso passa per il corpo”. E in qualche modo sono infatti queste donne a richiamare in vita Alcesti, tecnicamente riportata dall’Ade da un sopraggiunto Eracle in vena di baldoria.Sono le sole tantissime donne (di un grande coro composto da 82 elementi) anche in Antigone – dove la guerra con elmetti e mitragliatrici avviene a piano terra, i potenti salgono e scendono da una maestosa scalinata che tocca il cielo e tra parola e parola c’è sempre un silenzio – ad accompagnare la protagonista (Camilla Sevino Favro) in abito da sposa verso la grotta dove verrà sepolta viva, intonando “Amore, sei un guerriero invincibile”.Come spiega Deniz Özdogan: “Alcesti ci dice che laddove c’è anche solo un briciolo d’amore, quell’amore va seguito. Per questo si sacrifica quando nessun altro lo fa”. Antigone da par suo non vuole e non può aderire alla logica nemico-amico che guida Creonte (e chissà quanti altri, potenti o meno, oggi) e trasforma in azione il suo pensare. Hanno paura di morire, queste donne? Certo che sì. Eppure scelgono di farlo. E resuscitano, talvolta. Come accade ad Alcesti, in quella che è considerata una “tragedia a lieto fine”, messa in scena forse per quarta al posto del dramma satiresco. Filippo Dini non ha dubbi: “Il talento drammaturgico di Euripide è immenso: fa morire la protagonista a metà del dramma e sulla scena compare Eracle desideroso di far festa con Admeto. Nessuno però gli dice che la moglie del suo ospite è morta: un perfetto presupposto comico”. Sui gradoni del teatro di Siracusa dunque si ride e si piange, si attraversa l’antico ritrovando il presente, non solo nelle scelte registiche. E catarsi sia.