Dopo un secolo di congelamento geopolitico imposto prima dagli imperi europei e poi dall’ordine bipolare americano-sovietico, il Medio Oriente sta tornando alla sua configurazione storica originaria: quella di uno spazio conteso tra potenze regionali autonome, impegnate a costruire sfere di influenza attraverso religione, commercio, infrastrutture e forza militare. L’ordine nato dagli accordi di Sykes-Picot e consolidato dopo il 1979 si sta progressivamente dissolvendo sotto il peso delle guerre per procura, della crisi energetica globale e dell’arretramento strategico occidentale.
In questo nuovo scenario post-americano, le grandi potenze regionali stanno ridefinendo le proprie gerarchie. L’Arabia Saudita tenta di trasformarsi in baricentro diplomatico e finanziario del mondo arabo; gli Emirati Arabi Uniti costruiscono una rete commerciale che va dal Mar Rosso all’Africa orientale; Israele punta a ridefinire la deterrenza regionale attraverso la superiorità tecnologico-militare. Russia e Cina, nel frattempo, agiscono come acceleratori esterni della frammentazione mediorientale. In questo scacchiere affollato, la Turchia viene spesso ridotta a una semplice cerniera della Nato o a piattaforma di contenimento migratorio. È un errore di prospettiva. Ankara è oggi probabilmente la sola potenza regionale capace di combinare profondità storica, autonomia militare, proiezione logistica e legittimazione ideologica.










