Più ambigui della Turchia, non si può essere. Ieri il loro presidente Recep Tayyp Erdogan era in Cina, fra i protagonisti del vertice anti-Nato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, stretto al leader del Cremlino Vladimir Putin, definito «caro amico». Il giorno stesso, una delegazione del governo di Ankara partecipava alla riunione d’urgenza dell’Alleanza Atlantica a Bruxelles sui raid russi in Ucraina. Al netto della spregiudicatezza di chi cerca di giocare su più tavoli e degli sforzi per ospitare colloqui di pace fra Mosca e Kiev, rivelatisi finora senza esito, il ruolo turco nello scacchiere internazionale rimane inspiegabile.

Sono stati il baluardo contro l’Unione Sovietica e il comunismo aggressivo durante la Guerra Fredda e questo ha fatto ignorare il male minore dell’invasione militare di Cipro del 1974, che ancora oggi divide l’isola. Di fronte al fatto compiuto, la realpolitik ha prevalso anche quando le mire espansionistiche turche si sono spinte a creare una zona d’influenza in Cirenaica, a poche miglia marine dalle coste italiane. Da lì, è possibile far partire migliaia di migranti clandestini verso l’Europa, che paga il governo di Ankara per bloccare i profughi sulla rotta del Mediterraneo.