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7 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 9:21
Dalla Cina alla Russia, dall’India al Pakistan fino alla Moldavia. In sostanza non c’è Paese al mondo, con l’esclusione (forse) di quelli del continente americano, che non sia toccato dal punto di vista energetico dal conflitto mediorientale. L’effetto a cascata della chiusura di Hormuz e dei colpi inferti dall’Iran alle capacità produttive e di esportazione di Qatar e Arabia Saudita sta portando infatti alla definizione di una nuova mappa mondiale dell’energia.
La Cina è sulla carta il Paese che ha più da perdere, considerando che il mercato cinese rappresenta l’approdo per oltre l’80% delle esportazioni iraniane di petrolio. Greggio di alta qualità e a basso prezzo. Per Pechino la chiusura del passaggio marittimo di fronte alle coste della Repubblica Islamica è un bel grattacapo, visto che da esso passa il 30% circa delle importazioni totali di idrocarburi della Cina. Su cui ha un peso rilevante anche il Qatar. La Repubblica Popolare può fare affidamento su scorte petrolifere accantonate nel corso del tempo che dovrebbero garantire di coprire circa 140 giorni di consumo quotidiano in caso di interruzione completa delle importazioni. Ma questo non è bastato a impedire la richiesta a Teheran affinché garantisca il passaggio sicuro perlomeno delle forniture dirette verso il gigante asiatico.









