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5 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 9:03

“Riteniamo che, per ora, l‘Asia sarà la regione più colpita”. A dirlo è Jean Maynier, presidente di Kpler, commentando gli effetti della guerra in Medio Oriente sugli approvvigionamenti energetici globali. Secondo Mayner, infatti, il continente non dispone di risorse proprie sufficienti a colmare le carenze attuali. Non è un problema solo per le Filippine, dove il governo la scorsa settimana ha dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale, diventando il primo paese a farlo. Le scorte “non basteranno in Cina. Non basteranno a coprire il fabbisogno di grandi paesi come le Filippine o l’Indonesia. Si tratta quindi di una vera e propria crisi energetica”.

Dichiarazioni in contrasto con la vulgata comune secondo cui la Repubblica popolare starebbe beneficiando della chiusura dello Stretto di Hormuz, grazie alle sue ingenti riserve di petrolio e alla decisione lungimirante di puntare sulle rinnovabili che la pongono in una posizione di forza rispetto alle economie occidentali. Anche considerati i potenziali benefici per il già massiccio export di veicoli elettrici, celle solari e turbine eoliche che i mercati occidentali hanno cominciato ad accogliere con maggiore parsimonia. In realtà l’impatto della crisi si sta facendo sentire anche nel Paese che è tra gli “amici migliori” di Teheran. Dall’inizio del conflitto Pechino ha limitato le spedizioni estere di fertilizzanti, diesel e carburanti per aerei, mentre significativi aumenti del costo degli idrocarburi – inclusi benzina e gasolio – hanno richiesto più volte negli ultimi giorni l’attivazione di meccanismi di controllo dei prezzi per limitare la portata dei rincari sui consumatori finali.