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13 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 8:00

Il conflitto in Medio Oriente è un nuovo banco di prova, per tutti. Dalla Cina all’Europa, passando per l’Italia che, ancora una volta, si fa trovare impreparata. Perché nelle guerre che fanno schizzare i prezzi delle materie prime, a iniziare da quelli di gas e petrolio, resistono meglio i Paesi che diversificano fonti energetiche e fornitori. E l’Italia è vittima della strategia industriale del Governo Meloni che, con la guerra in Ucraina appena iniziata, per risolvere il problema della dipendenza del gas russo, invece di accelerare sulle rinnovabili, ha preferito rincorrere l’idea di trasformare il Paese in un “hub del gas”. Idea diventata uno dei pilastri della strategia non solo energetica, ma anche di politica estera di Giorgia Meloni. Con tanto di spot sul Piano Mattei per l’Africa, su cui a due anni di distanza dalla partenza si sa davvero poco. “Possiamo essere un hub del gas europeo” dichiarava nel 2022 il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Poi, nelle dichiarazioni ufficiali degli esponenti del governo si è parlato sempre più spesso di un più generico “hub energetico”, ma la sostanza non è cambiata. E l’Italia non è diventata né carne, né pesce. Nel mix energetico primario del Paese, la dipendenza dalle fonti fossili resta ancora molto alta e rappresenta una fetta del 69%, mentre le rinnovabili sono al 23%. Non è un caso se, secondo un’analisi del Financial Times, basata su uno studio che ha esaminato quindici economie realizzato dalla Oxford Economics, tra i Paesi europei con le economie più avanzate, l’Italia è la più esposta rispetto all’impennata dei costi energetici che colpirà le nazioni di tutto il mondo. Proprio perché troppo dipendente da gas e petrolio e, quindi, dalle importazioni. Una situazione che avrebbe dovuto spingerla verso lo sviluppo delle rinnovabili, ma così non è stato. A correre – paradossalmente – è stata la Cina, che è ancora più dipendente dalle fonti fossili. Lo ha fatto, anche se il carbone rappresenta il 54% dei suoi consumi energetici finali e, quindi, è uno scudo dagli shock internazionali.