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Ultimo aggiornamento: 15:08
di Aniello Iannone*
Ciò che sta accadendo negli ultimi giorni tra Stati Uniti, Israele e Iran non va interpretato come sola crisi regionale in medio oriente. Sarebbe una lettura superficiale, incapace di cogliere il movimento più profondo delle strutture storiche che hanno spinto all’attacco del 28 febbraio. L’uccisione di Ali Khamenei nei raid congiunti non ha soltanto intensificato un conflitto storico, ma ha reso visibile una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale, in cui il Medio Oriente non è un teatro isolato, ma uno snodo attraverso cui si ridefiniscono gerarchie, dipendenze e possibilità politiche su scala interregionale.
La Cina ha definito l’azione inaccettabile e ha chiesto un cessate il fuoco immediato. L’errore analitico più frequente consiste nel separare la dimensione militare da quella politico-economica. In realtà, i conflitti del nostro tempo non si limitano a produrre distruzione; essi riorganizzano i campi entro cui il potere viene esercitato. La prima conseguenza della crisi è energetica, ma non nel senso ristretto del prezzo del petrolio. L’Asia importa circa due terzi del proprio greggio dal Golfo; circa metà delle importazioni cinesi e il 90 per cento di quelle giapponesi dipendono da quella regione. Inoltre, il 20 per cento del consumo globale di petrolio transita normalmente dallo Stretto di Hormuz. Questo dato non esprime soltanto una vulnerabilità commerciale ma una struttura di dipendenza. Significa che la stabilità dell’Indo-Pacifico è parzialmente fondata su un’infrastruttura esterna, distante, militarizzabile e politicamente contendibile.







