Il 28 febbraio 2026 rimarrà impresso nei libri di storia non solo come l’inizio dell’ennesima escalation in un Medio Oriente già da tempo martoriato da guerre e tensioni, ma come il momento in cui il “peggiore scenario possibile” prospettato dagli analisti energetici è diventato realtà.
L’impatto della guerra
L’operazione congiunta USA–Israele è stata presentata come un intervento necessario per neutralizzare le capacità missilistiche e nucleari di Teheran. L’Iran ha risposto con missili e droni contro diversi Paesi della regione e ha minacciato di dare alle fiamme le navi qualora passassero per lo Stretto di Hormuz. L’impatto reale che ne è derivato è definibile come un terremoto logistico, con la chiusura de facto di questo chokepoint nevralgico per i flussi di greggio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto di origine mediorientale.
Il blocco ha inevitabilmente colpito anche il lato produttivo. Un pozzo petrolifero, ad esempio, non è un rubinetto che si può chiudere senza conseguenze. Quando i carichi non possono partire e i siti di stoccaggio si riempiono, la produzione deve essere tagliata forzatamente, con il rischio concreto di danneggiamento della pressione dei giacimenti, tale da complicare o ritardare un regolare riavvio post-crisi.









