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Ultimo aggiornamento: 6:25
Corsi e ricorsi della Storia. Come la geopolitica muta, a seconda del vento e degli interessi. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, più volte la Guida Suprema iraniana Khomeini denunciò il malvagio trattamento riservato alle popolazioni islamiche dell’Unione Sovietica e aveva sollecitato le folle a scendere in piazza gridando “Morte all’Urss!”. Nel 1989 sempre Khomeini profetizzava la prossima ineluttabile fine dell’utopia marxista, invitando ripetutamente Gorbaciov a convertirsi all’Islam.
Khomeini scompare il 3 giugno del 1989, il Muro di Berlino crolla il 9 novembre dello stesso anno, l’Urss affonda tra il gennaio del 1990 e il 31 dicembre del 1991, insomma non sono più un incubo per Washington, anzi, alla Casa Bianca pensano ormai che è venuto il momento di fare la pace con Teheran. Gli analisti del Dipartimento di Stato e del Pentagono si mettono febbrilmente al lavoro, cercano un “ayatollah moderato”: che è poi quello che sta cercando Trump, per uscire dalla trappola di Hormuz, lo stretto dove transita il 20 per cento del grezzo prodotto nel mondo, e per arrivare ad una tregua così da poter fermare l’offensiva che il presidente Usa ha scatenato per consentire – è stata la sua promessa – agli iraniani di cambiare regime. Obiettivo fallito. La guerra contro l’Iran, infatti, è diventata una guerra per il petrolio. E non s’intravede in alcun modo lo spiraglio di una mutazione in senso moderato e democratico ai vertici della Repubblica islamica. Al contrario, è sempre più chiaro che il regime iraniano non ha alcuna intenzione di arrendersi, tantomeno di concedere potere a chi potrebbe flirtare con il nemico.






